“Commenti&Analisi” Melfi, il punto di rottura (G.Berta)

29/04/2004

      29 Aprile 2004


      CON I CONFLITTI LE DIVISIONI NEL SINDACATO DIVENTANO PIÙ PROFONDE
      Melfi, il punto di rottura

      Giuseppe Berta

      L’ITALIA si approssima alla scadenza del Primo Maggio in un frangente in cui il conflitto sindacale è tornato sulle prime pagine dei giornali, con i fatti di Melfi per quanto riguarda la Fiat e con il confronto sul destino dell’Alitalia a livello nazionale. Ma non sembra proprio che il conflitto avrà l’effetto di rafforzare la carica unitaria del Primo Maggio: semmai oggi può succedere il contrario, perché spesso gli scioperi hanno la conseguenza di approfondire le divisioni all’interno del movimento sindacale. O meglio, per le confederazioni dei lavoratori è più semplice recuperare un principio di unità quando sono in gioco questioni come quella delle pensioni o come i posti di lavoro finora garantiti dalla compagnia aerea di bandiera. Ma non appena si scende nella sfera delle relazioni di lavoro entro il sistema delle imprese, le posizioni tendono a divergere e ad allontanarsi.
      Quel che è capitato nel Gruppo Fiat durante i giorni scorsi lo rivela ampiamente. Lo scontro che ha opposto la Fiom-Cgil da un lato e la Fim-Cisl e la Uilm dall’altro è apparso altrettanto teso e drammatico della contrapposizione fra la componente dei lavoratori in lotta e l’azienda. Ci sono state accuse pesanti, un clima d’asprezza che non potrà non condizionare i rapporti futuri. Soprattutto, al centro della scena della conflittualità c’è un soggetto sindacale, la Fiom, che nel passato ha scandito con la sua evoluzione la storia di quello che un tempo si definiva il movimento operaio e della stessa sinistra politica.
      Non c’è dubbio infatti che la più forte organizzazione sindacale dell’industria, la più dotata di valenze simboliche, abbia impresso i suoi caratteri sia sul mondo del lavoro sia sulla cultura della sinistra. Basta dire Fiom e si riaffacciano immediatamente i nomi dei suoi leader, da Bruno Buozzi che la diresse con mano ferma alle origini, nella cornice del riformismo socialista del primo Novecento, a Luciano Lama, Vittorio Foa, Bruno Trentin. Nomi che rappresentano altrettante icone della sinistra nelle sue diverse articolazioni e sfumature. Nello stesso tempo, la Fiom occupa certamente un posto importante nella storia dell’industria italiana, grazie alla sua capacità di mobilitare i lavoratori e di farli lottare, ma grazie anche a una tradizione di perizia e abilità negoziale, a un’attenzione costante per le trasformazioni della fabbrica e dei processi di lavoro.
      Eppure la Fiom degli ultimi anni è il solo sindacato a non aver sottoscritto per due volte il contratto nazionale di categoria, mentre alla Fiat si è distinto, non solo per non aver accettato le intese siglate dagli altri, ma per aver indetto scioperi e agitazioni in solitudine,che ne hanno accentuato la distanza dalle altre organizzazioni. La protesta di Melfi, in un certo senso, costituisce l’ultimo atto e il più visibile sulla strada di un sindacato che sembra aver trovato nell’antagonismo la sua cifra peculiare.
      In genere, chi guarda alle relazioni industriali alla Fiat tende a riportare anche i problemi odierni alla storica data dell’autunno 1980. È un riferimento, tuttavia, che non serve per interpretare il presente: la data da considerare è un’altra, meno ricordata, ma che è stata il vero punto d’origine delle lacerazioni attuali. A metà del 1988, venne sancito un accordo aziendale che per la prima volta legava una componente variabile della retribuzione dei lavoratori ai risultati economici della Fiat. Su questa intesa la Fiom allora si spaccò, al punto che il dirigente responsabile del settore dell’auto, Guido Bolaffi, ritenne di doversi dimettere, lasciando anche la Cgil. Dopo aver apposto la sua firma sulle altre clausole del contratto, Bolaffi non siglò la pagina che riguardava questo punto particolare, non avendone avuto il mandato dalla propria organizzazione. Questo gesto tradiva il sospetto e l’avversione che la parte maggioritaria della Fiom nutriva nei confronti del tema della partecipazione dei lavoratori all’impresa, la novità che si voleva introdurre nella dialettica sindacale.
      Nei quindici anni successivi, la divisione fra le diverse anime dei metalmeccanici non ha fatto altro che approfondirsi. Per Fim e Uilm, la deriva imboccata allora verso la cooperazione aziendale è diventata una scelta fondamentale, anche quando le aspettative della politica della partecipazione sono state disattese da cicli congiunturali e aziendali avversi. Per la Fiom, al contrario, si è aperta la via verso una concezione antagonistica del ruolo del sindacato, che ha assunto il profilo di soggetto votato alla contestazione sistematica e alla protesta radicale. A spingerlo in questa direzione ha contribuito non poco la leadership di Claudio Sabattini (1938-2003), un dirigente dalla personalità complessa e tormentata, dominato da una passione politica che lo mise spesso in una posizione di rottura coi vertici sindacali e del suo partito, rafforzando in lui un senso di orgoglioso isolamento dopo la scomparsa del Pci.
      Oggi la Fiom appare come un sindacato-movimento, più tentato dall’aggancio con la galassia dei no global e dei pacifisti radicali che dalla ripresa del dialogo con le altre organizzazioni dei metalmeccanici. Talvolta, parla e agisce quasi come se fosse una sorta di «quarta confederazione», insofferente della tutela della Cgil. A Melfi, infatti, si sono manifestate le forme di un contrasto che non tocca soltanto la Fiat, ma è destinato a incidere sull’assetto e la strategia del movimento sindacale nel suo complesso.