“Commenti&Analisi” Maroni, e lo chiamano ministro del Lavoro (B.Ugolini)

04/05/2004


        martedì 4 maggio 2004
        rappresentanza e sindacato
        Maroni, e lo chiamano ministro del Lavoro
        Bruno Ugolini
        Molte ne pensa e nessuna la fa. Potrebbe essere lo slogan del ministro detto pomposamente al Welfare. Ogni giorno fornisce qualche titolo ai quotidiani, capace di mettere i brividi. Ha suggerito, ieri, quest’apertura a Il Giornale: «Il sindacato al capolinea». Stiamo parlando di un esponente leghista chiamato a ricoprire un ruolo che un tempo si chiamava «Ministero del Lavoro». C’è capitato, lungo il corso degli anni, di soggiornare, magari per estenuanti trattative, lungo i corridoi o dentro le stanze di Via Flavia, dove appunto, arrivavano vertenze contrattuali e aziendali o confronti su tasse, fisco e pensioni. C’erano personaggi come Giacomo Brodolini, Carlo Donat Cattin, Dionigi Coppo, Tina Anselmi, Vincenzo Scotti, Franco Foschi, Gianni De Michelis, Ermanno Gorrieri, Rino Formica, Franco Marini, Gino Giugni, Clemente Mastella, Tiziano Treu, Antonio Bassolino, Cesare Salvi. Uomini e donne con diverso orientamento politico. Avevano una cosa in comune: il rispetto nei confronti dei propri interlocutori. Non solo verso i signori della Confindustria, ma anche verso i leader del mondo del Lavoro: Storti, Carniti, Macario, Novella, Lama, Trentin, Garavini, Viglianesi, Corti, Benvenuto, Larizza. Non è che fossero tutti in possesso di sfrenata sensibilità verso le attese d’operai o braccianti. Non si sarebbero mai permessi, però, di prendere a pesci in faccia le Confederazioni sindacali. Quando fissavano una data per l’apertura di una trattativa era quella. Quando dicevano «organizziamo un tavolo di negoziato» era così. Poi magari a quei tavoli difendevano interessi contrastanti con quelli delle delegazioni sindacali. Sapevano, però, che il loro compito, la loro speranza, non consisteva nel piegare gli interlocutori, nel mettere gli uni contro gli altri, bensì di cercare soluzioni, accordi, mediazioni, compromessi. La professionalità di un ministro del Lavoro e dei suoi collaboratori consisteva, nel difendere come si poteva, la coesione sociale, bene prezioso.
        Qui invece abbiamo un ministro del Welfare che inizia la sua opera governativa impegnando le parti sociali in un inutile scontro frontale sull’articolo diciotto, quello dei «licenziamenti facili». Chi se lo ricorda più? Ha, in compenso, fatto varare una legge 30 sul mercato del lavoro che gli stessi imprenditori non trovano entusiasmante e che sembra destinata, soprattutto, ad occupare un gran numero di legulei.
        E’ lo stesso Maroni che per mesi e mesi ciancia di riforma delle pensioni, anche qui annunciando un giorno sì e un giorno no un incontro risolutivo. Una manfrina che va in scena per i vari casi che si affacciano: pensioni, fisco, tranvieri, Melfi, Alitalia. O annuncia un tavolo, o dice che non è di sua competenza. Un classico modo proprio per prendere a pesci in faccia coloro con i quali dovrebbe interloquire. Lo aveva del resto dichiarato: «E’ chiusa la stagione della concertazione».
        Ora l’ha fatto un po’ grossa, con quel messaggio sui sindacati che, sopraffatti dai Cobas, sarebbero al capolinea. Vorrebbe fare una legge sulla rappresentanza sindacale. E c’è qualcuno che ancora lo prende sul serio. Quella della legge, ma lui non lo sa, è un’antica richiesta proprio della Cgil consapevole come del resto Cisl e Uil, -che però non vogliono decreti – che su questo tema bisognerebbe, certo, trovare regole comuni. Ad esempio per impedire accordi separati che nuocciono a tutti. Il problema è però che così cianciando il signor ministro ha voluto esaltare una pretesa forza dirompente di modesti organismi autonomi. Ha preso lucciole per lanterne. Non ha capito che a Melfi – ma anche all’Alitalia, anche nei depositi dei tranvieri di Milano, anche a Terni, anche nel pubblico impiego – quelli che costruiscono la lotta, lo sciopero, il picchetto o blocco che sia – non sono Cobas, sono soprattutto le rappresentanze sindacali aziendali di Cgil, Cisl e Uil. E queste rappresentanze sono elette non dai fantasmi ma dai lavoratori. Nel corso di queste elezioni i Cobas, come i sindacatini autonomi, come il Simpa (sindacato padano, caro a Maroni) conquistano percentuali assai minoritarie. Questo non significa che i sindacati non dovrebbero far meglio i conti con tali problemi, soprattutto lavorando nei mille rivoli dei lavori atipici o appaltati.
        Un problema vero di rappresentanza investe, a dire il vero, proprio lui, il ministro. Qualche sera fa a Porta a Porta si discuteva di Melfi e Alitalia, appunto. Maroni prendeva atto di un quadro disastroso dell’Italia sociale. E sorrideva. Ha continuato sorridere per l’intera serata. Non rappresentava nessuno. E non si accorgeva che aveva alle spalle i volti un po’ sprezzanti di Gino Giugni, Brodolini, Donat Cattin…