“Commenti&Analisi” Mamme e lavoratrici: una scommessa (quasi) perduta (I.Bossi Fedrigotti)

21/04/2004


    21 aprile 2004

    Dalla Lombardia l’ultimo allarme, aumentano le donne che si licenziano dopo il parto

    Mamme e lavoratrici: una scommessa (quasi) perduta
    di ISABELLA BOSSI FEDRIGOTTI

    Le coincidenze, a volte, sono curiose: proprio nel giorno in cui i dati dell’Ufficio regionale del lavoro rivelavano che in Lombardia, nel corso dell’anno passato, 5.519 donne (contro le 5.120 del 2002, dunque il 7,2 per cento in più) hanno deciso di licenziarsi dopo la nascita di un figlio, sono arrivati alle rubriche di posta del "Corriere" tre messaggi, assai simili tra loro, di lettrici (una di Milano, una della provincia di Sondrio e una di Firenze) che hanno fatto la stessa scelta. E nel caso si dovesse dar retta alle loro motivazioni, si è trattato per tutte e tre di una decisione imposta dalle circostanze.
    E cioè da mancanza di posti e orari troppo corti all’asilo nido, tempi di lavoro poco flessibili e scarsa convenienza economica nell’assumere una baby sitter cui andrebbe gran parte del loro stipendio. Esattamente le stesse spiegazioni che hanno dato le 5.519 donne individuate dalla ricerca. E se questa è la situazione nell’avanzata Lombardia, figurarsi altrove dove quasi sempre sono anche più carenti le strutture di supporto per le madri che lavorano.
    L’assessore milanese alle Politiche sociali ha commentato che, molto probabilmente, le signore che si sono licenziate cercavano soltanto un modo per giustificare una scelta che avrebbero fatto comunque. A parte il fatto che ha l’aria di essere un commento un poco affrettato, tendente a scaricare sulle famiglie ogni tipo di responsabilità, sembra per lo meno strano che tante donne abbiano avuto il coraggio di rinunciare al secondo stipendio proprio nel tempo in cui il costo della vita ha cominciato a decollare violentemente. Scelte non giustificate – ha insistito l’assessore – dagli orari di lavoro che prevedono ormai la più ampia flessibilità. Sulla carta certamente, assai meno nella pratica, sempre a giudicare dalle numerose testimonianze di lettrici che invano, da anni, chiedono di poter usufruire del part-time.
    Questi dati delle donne che – per scelta o per mancanza di scelta – tornano a casa ad occuparsi dei figli, rallegreranno probabilmente una parte della società, in particolare quella che è certa di aver individuato nell’occupazione femminile la principale causa della crisi della famiglia, ma di sicuro non entusiasmeranno, per esempio, gli economisti, in quanto vi vedono una pericolosa causa di recessione. E tanto meno saranno contenti coloro che ritengono il lavoro delle donne un diritto acquisito, un bisogno primario quando non una necessità, allo stesso identico modo che per gli uomini: non un privilegio, e nemmeno un capriccio o uno sfizio, come qualcuno, di tanto in tanto, tenta ancora di sostenere.
    Mentre i primi, i
    laudatores temporis acti , possono dunque consolarsi con l’evidenza che, davanti all’aut aut le madri scelgono in ogni modo i figli, gli altri devono invece prendere atto che la recessione, sociale ancora prima che economica, è in atto.
    Decisivi, non solo per le donne ma anche per il Paese che rischia di venire ulteriormente impoverito dalla denatalità, saranno i politici e il loro impegno – concreto – per il welfare familiare. Importante però è che tengano bene a mente il collegamento strettissimo che c’è tra il disagio delle lavoratrici e la curva discendente della nascite: perché di muovere un dito per le madri che si licenziano per il momento non paiono così ansiosi.



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