“Commenti&Analisi” Ma la vera svolta è l’arbitrato – di P.Pirani

03/02/2003



Domenica 02 Febbraio 2003
ITALIA-POLITICA
Ma la vera svolta è l’arbitrato


DI PAOLO PIRANI*
*Segretario confederale Uil

Questo referendum, le cui caratteristiche dannose sono evidenti, mette totalmente in luce le contraddizioni che si sono accumulate nell’ultimo anno e che, a sinistra come a destra, hanno caratterizzato il confronto sull’articolo 18 come una discussione fra civiltà e barbarie. Uno scontro permanente e durissimo fra eserciti contrapposti che ha impedito l’emergere, con la dovuta forza, di una proposta che fosse in grado di aggiornare ed estendere le tutele dello Statuto alla più ampia platea possibile di un mondo del lavoro sempre più attraversato da grandi e veloci cambiamenti. Sarebbe un errore affrontare il prossimo quesito referendario nuovamente con le logiche di natura ideologica senza andare al merito delle cose. Che l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori andasse riformato era ben presente anche nel dibattito sindacale e politico delle precedenti legislature. Si arrivò a delineare proposte che valorizzassero l’arbitrato e riformassero di pari passo il processo del lavoro. Purtroppo sono poi prevalse altre logiche: logiche di bandiera che hanno impedito qualsiasi soluzione di riforma. Né certamente si può considerare tale la sperimentazione prospettata con l’accordo del 5 luglio scorso. Nonostante tutto vi è oggi l’opportunità, se ve ne sarà la capacità nelle forze sociali e nel mondo politico, di ricondurre ad uno sbocco compiutamente riformista il portato delle importanti mobilitazioni sviluppate nel corso dell’anno appena concluso per impedire la cancellazione dell’articolo 18. Va sciolta – ed è questo il passaggio politico decisivo – la confusione che si è voluta creare tra difesa dei diritti e allargamento delle tutele con l’emergere in vasti settori sindacali e della sinistra di una strategia tutta fondata su un astratto concetto di difesa dei diritti abbandonando la capacità di progettare e far camminare assieme sviluppo, competitività e occupazione. Diciamolo forte e chiaro: è certamente un diritto considerare nullo un licenziamento frutto di una discriminazione politica, razziale, religiosa o sessuale. Allo stesso modo è certamente un diritto la salvaguardia del principio della giusta causa contro il licenziamento. Sono due pilastri che debbono restare e molto ben saldi. Il problema è confrontarsi fra i grandi e responsabili protagonisti politici e sociali su una proposta che preveda tutele per tutti, superando il meccanismo delle soglie, favorendo il ricorso all’arbitrato e considerando l’intervento del giudice come un’ultima istanza, dove si potrà decidere tra il reintegro o un risarcimento modulato nell’entità in base alle dimensione dell’impresa e agli anni di anzianità di lavoro. L’indicazione di voto al referendum deve essere valutata perciò in base alla sua utilità per l’affermazione in Parlamento di una coerente proposta di riforma. Nessuna opinione può essere esclusa per battere la deriva massimalista se emergesse una volontà di cambiamento positivo e condiviso. «Le vie dell’equità nel mondo del lavoro» – come le chiama Pietro Ichino – dobbiamo farle arrivare più lontano, per farci camminare sopra tutele e diritti, senza quelle disparità già condannate dalla coscienza civile di ogni cittadino. È, infatti, attorno alla questione del lavoro e della sua capacità di proposta che si possono ricreare le condizioni perché l’idea riformista torni ad avere non solo cittadinanza ma prospettive di governo di questo paese.