“Commenti&Analisi” Ma il mercato è stretto (C.Dell’Aringa)

21/12/2004

    martedì 21 dicembre 2004

    sezione: PRIMA – pagina 1 e 2

    Ma il mercato è stretto
    di Carlo Dell’Aringa

      La disoccupazione continua a diminuire e raggiunge, con il 7,4%, il minimo degli ultimi dieci anni. È una bella notizia e dimostra come le politiche per l’occupazione messe in campo negli ultimi dieci anni, in particolar modo la legge Biagi, aggiunte alla moderazione salariale che i sindacati hanno garantito nello stesso periodo per far rientrare l’inflazione entro i parametri europei, hanno prodotto i loro benefici effetti. Oggi possiamo dire, a ragione, che abbiamo un tasso di disoccupazione più basso di quello francese e di quello tedesco

        Un secondo possibile motivo sta nel fatto che un certo numero di queste persone che si dichiarano inattive, di fatto sono invece attive. Hanno sì trovato un lavoro, ma nell’economia sommersa e si guardano bene, naturalmente, dal dichiararlo. Sono inattive nelle statistiche, ma di fatto lavorano. Se è così, l’economia sommersa sembra essere la sola a garantire lavoro aggiuntivo.

        Non sembra infatti che l’economia ufficiale sia più in grado di offrire lavoro aggiuntivo. E questo è un ulteriore e forse più grave Abbiamo raggiunto un traguardo significativo.

        La soddisfazione però finisce qui. Altri motivi per essere soddisfatti non provengono da una lettura attenta dei dati dell’Istat. Anzi se si considerano i fattori che stanno a monte della caduta della disoccupazione, si fa strada più di un elemento di preoccupazione. Il tasso di attività è in diminuzione. Ciò significa che meno persone, fra coloro che appartengono alla popolazione in età lavorativa, partecipano al mercato del lavoro, sia come occupate che come disoccupate. In poche parole la disoccupazione diminuisce anche (e forse soprattutto) perché ci sono persone che hanno abbandonato la ricerca del lavoro, ancor prima di averlo trovato. Ed è il caso di domandarsi come mai si sia presentato un fenomeno di questo tipo. I motivi possono essere diversi.

        Uno di questi sta nel cosiddetto effetto di "scoraggiamento". Giovani, ma soprattutto donne, e soprattutto nel Mezzogiorno, smettono di cercare lavoro, quando si accorgono che, nonostante una lunga ricerca, i loro tentativi vanno regolarmente a vuoto. Si "scoraggiano", benappunto; smettono di cercare, si ritirano dal mercato del lavoro e rientrano nella popolazione cosiddetta "inattiva".

        elemento di preoccupazione. Infatti l’occupazione ufficiale, pur continuando ad aumentare, non lo fa più con il passo spedito degli ultimi anni. In effetti, con una economia stagnante, è difficile, per non dire impossibile, che l’occupazione possa continuare a essere dinamica come lo era stata fino a poco tempo fa. E infatti l’Istat segnala che l’occupazione, depurata delle componenti di stagionalità, registra un aumento tra il 2 trimestre e il 3 trimestre di quest’anno di appena lo 0,1 per cento. Questo aumento, decisamente modesto, fa intendere che l’occupazione ha raggiunto, in corrispondenza della metà dell’anno, il suo punto di massimo di una espansione che era iniziata ben sette anni fa.

        Ciò significa che d’ora in poi dobbiamo aspettarci una discesa dell’occupazione, con tutti i problemi di esuberi di manodopera destinati ad accompagnarla? Speriamo di no, ma è veramente difficile escludere uno scenario di questo tipo. Segnali sul fronte della Cassa integrazione cominciano a farsi sentire; la crisi produttiva di alcuni settori è in corso da qualche tempo. In definitiva, vi sono elementi che annunciano tempi difficili anche sul fronte occupazionale, uno dei pochi fronti sui quali sinora il nostro Paese aveva registrato successi indiscussi.

        È finito probabilmente un ciclo. D’altra parte tutti gli esperti si erano meravigliati, in questi anni, che l’occupazione, fosse aumentata così tanto, a fronte di una crescita della produzione che, in questi ultimi due-tre anni è stata veramente modesta. Questo divergente andamento di produzione e occupazione ha causato, a sua volta, un forte indebolimento della produttività del lavoro, e quindi, sia pure indirettamente, del nostro grado di competitività sui mercati internazionali. La produttività ristagna ormai da tempo, ora anche l’occupazione rischia di seguirne l’esempio. Il pericolo è che l’unico settore competitivo diventi quello dell’economia sommersa.