“Commenti&Analisi” M.Tiraboschi: Punto di partenza

07/07/2003




      Sabato 05 Luglio 2003
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      PUNTO DI PARTENZA


      DI MICHELE TIRABOSCHI

      È trascorso oramai un anno dalla firma del Patto per l’Italia. Per molti è dunque tempo di bilanci, ed è scontato che sia così. In questo caso, tuttavia, sbaglierebbe chi cercasse di valutare il successo dell’intesa del 5 luglio 2002 attraverso una semplice elencazione degli obiettivi raggiunti e di quelli che, per contro, sono rimasti sulla carta, primo tra tutti lo Statuto dei lavori. E sbaglierebbe perché il significato vero del Patto va ricercato, fondamentalmente, nella scelta compiuta da Governo e parti sociali, con la sola eccezione della Cgil, di porre fine a una stagione di veleni e di guerre di religione sulla riforma sperimentale dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Una stagione dolorosa – tragicamente segnata dall’assassinio di Marco Biagi – che ancora una volta ha dimostrato la pessima qualità del nostro sistema di relazioni industriali.

      Paesi come il Portogallo e la Germania stanno avviando profondi cambiamenti nella disciplina del regime della reintegrazione nel posto di lavoro in un clima sicuramente più sereno e nella consapevolezza dell’importanza di riformare il mercato del lavoro. In Portogallo l’equivalente del nostro articolo 18 sta per essere abrogato, mentre la proposta di legge adottata il 18 giugno dal Cancelliere Schroeder prevede il non computo dei lavoratori temporanei ai fini della normativa sul licenziamento nelle imprese di piccole dimensioni come misura promozionale alla creazione di occupazione. Nessuno, al contrario di quanto avvenuto da noi, si è scandalizzato. Ma è proprio grazie al Patto per l’Italia, e al blocco sociale che lo ha sostenuto, che è stato possibile arginare le spinte massimalistiche e più conservatrici volte addirittura a estendere anche alle piccole imprese, in controtendenza con quanto accade in Europa, il regime della reintegrazione nel posto di lavoro. Non solo. È nel Patto di luglio che si trova anche la chiave di volta su cui è stato possibile costruire una riforma equilibrata del mercato del lavoro. La flessibilità del mercato del lavoro viene infatti scambiata con una rigorosa riforma delle collaborazioni coordinate e continuative, rispetto alle quali si propone di valorizzare le prestazioni a progetto, in modo tale da confermare la loro riconducibilità al lavoro autonomo, fermo restando l’impegno ad arginare con adeguata strumentazione il fenomeno delle collaborazioni fittizie. Quelle collaborazioni che spesso mascherano rapporti di lavoro dipendente e che, grazie al decreto attuativo della Legge Biagi, sono ora ricondotte a fattispecie di lavoro subordinato sulla base di criteri oggettivi. A un anno dalla sua sigla, archiviato il referendum sull’articolo 18 e giunta in dirittura d’arrivo la riforma del mercato del lavoro, il Patto per l’Italia rappresenta il punto di partenza per le prossime sfide: adottare incisive misure per affrontare gli squilibri regionali per quanto riguarda occupazione, disoccupazione e creazione di posti di lavoro, da un lato; rafforzare la combinazione di politiche per ridurre il lavoro nero e tracciare un nuovo Stato sociale per il lavoro, dall’altro lato. Sfide non nuove e che, ancora una volta, ci vengono sollecitate dall’Europa: sfide che solo un modello di relazioni industriali di tipo cooperativo, come quello tracciato nel patto, ci consentirà di affrontare con la giusta determinazione e fiducia.