“Commenti&Analisi” L’Ulivo e il lavoro? Programma serio ma senza mordente (G.Berta)

04/11/2004

              giovedì 4 novembre 2004

              OPINIONI

              L’Ulivo e il lavoro?
              Programma serio ma senza mordente

              Giuseppe Berta


              UNO degli effetti dello schema italiano del bipolarismo è stato senza dubbio quello di aumentare il divario fra le formazioni politiche e la società. Come Giuseppe De Rita non si è stancato di ripetere in questi anni, la politica ha assunto una forma verticistica, con una fortissima caratterizzazione della leadership in senso personale, che ha allentato e diluito la funzione di rappresentanza sociale dei partiti. La logica bipolare ha così ridotto e compresso quello spazio intermedio che serviva da camera di decantazione degli interessi e permetteva alla politica di filtrarli e anche di selezionarli. Ridotto il gioco politico alla contesa pura e semplice per la conquista dei suffragi, condotta per di più al livello di una comunicazione astratta, il rischio è quello di una vera e propria discrasia fra la dinamica sociale e le sedi del confronto politico. L’evocazione delle forze e delle componenti della società nel discorso politico è divenuta quanto mai generica: si è parlato del «popolo delle partite Iva» o del «mondo dei co.co.co» come immagini di nuovi settori sociali che avrebbero dovuto trovare voce e ascolto, ma il risultato è che il riferimento alle trasformazioni del lavoro è divenuto assai labile. Questo limite risalta ancor più nel campo del centrosinistra che, come ha notato ancora De Rita, tende a lasciare nel vago i propri referenti sociali, quasi che l’abbandono delle vecchie ideologie porti con sé anche la rinuncia a identificare i soggetti con cui stringere un legame per dare loro rappresentanza.

              A questa domanda tenta di offrire ora una risposta la
              Conversazione sul lavoro fra Cesare Damiano e Tiziano Treu (a cura di Caterina Periconi, Rosenberg & Sellier), che va probabilmente letta come un passo nella direzione di un programma comune del centrosinistra sui problemi dell’occupazione, della previdenza, dei diritti e della tutela dei lavoratori, dei fondi pensione. Insomma, su tutte quelle grandi questioni che per l’Ulivo posseggono un rilievo speciale perché dovrebbero connotare la sua identità riformatrice, distinguendola rispetto all’impostazione del governo di centrodestra. Treu e Damiano hanno tutti i titoli per farlo: l’uno, oltre a essere uno dei più noti giuslavoristi italiani, è stato Ministro del lavoro con Dini e Prodi ed è oggi senatore della Margherita; l’altro, dopo una lunga carriera di dirigente sindacale che l’ha visto anche alla testa della Fiom, è il responsabile diessino dei problemi del lavoro e anche uno degli uomini più vicini a Piero Fassino, grazie a un legame di collaborazione cementatosi negli anni di comune impegno politico a Torino.

              Molte delle cose che si leggono in questo breve libro, corredato di dati e di grafici anche per mostrare che le idee dei due autori non poggiano su un vuoto d’analisi, suonano come proposte largamente ragionevoli (anche se qui e là affiora il dubbio circa le risorse necessarie per attuarle). La prospettiva d’insieme potrebbe essere condensata nell’intenzione di definire una strategia di inclusione sociale, capace di corrispondere alle attese dei diversi strati della popolazione lavorativa senza trascurare – come dice Treu – anche le aspirazioni individuali. Quando si entra più nello specifico, l’orizzonte che si profila è quello della partecipazione, declinata ai vari livelli: la concertazione e la politica dei redditi nella sfera macroeconomica; i fondi pensione, anche come strumento di stabilizzazione dei mercati finanziari, e l’azionariato collettivo all’interno della dimensione d’impresa. Al fondo di tutto, c’è un’evidente volontà di recupero della tradizione del riformismo europeo, con l’obiettivo di calarla nella situazione italiana e di adattarla al quadro economico e sociale del presente. Ma quello che ancora manca, sul terreno politico, è una rappresentazione della dinamica sociale agli inizi del XXI secolo, degli interessi che la animano e delle contraddizioni che la percorrono.


              Vale dunque la pena di chiedersi se l’elaborazione di un programma non potrebbe seguire un cammino inverso, che proceda dalla percezione della società e dalla volontà di interpretarla per suggerire poi dei percorsi politici. Altrimenti resta in agguato il pericolo dell’astrattezza e i programmi del centrosinistra minacciano di fare la fine di quello recentemente coordinato da Giuliano Amato: serio e ragionevole, ma privo di mordente.