“Commenti&Analisi” L’occupazione cresce con posti veri (M.Sacconi)

22/09/2005

    giovedì 22 settembre 2005

    ECONOMIA ITALIANA – pagina 20

      INTERVENTO

      L’occupazione cresce con posti veri
      non precari

        di Maurizio Sacconi*
        * Sottosegretario al ministero del Welfare

          L’ultima rilevazione Istat sul mercato del lavoro incontra il favore di tutti gli osservatori internazionali, dalla Commissione Europea al Fondo Monetario, ma lascia insoddisfatti alcuni commentatori nostrani.
          Ovunque il tasso di occupazione e quello di disoccupazione costituiscono indicatori di sintesi che inesorabilmente descrivono l’andamento del mercato del lavoro: 213mila lavoratori regolari in più rappresentano altrettante persone che pagano le tasse, concorrono alla sostenibilità del sistema previdenziale e potranno ragionevolmente beneficiare della crescente spesa della formazione continua.

          La disoccupazione al minimo storico del 7,5% si confronta con quella superiore di molti Paesi europei che pure, come noi, registrano anche fenomeni di scoraggiamento. Solo qui questi dati danno luogo alle reazioni piccate di chi, come nella nota barzelletta, nega l’evidenza per cui 2 più 2 fa 5 o di chi ammette che 2 più 2 fa 4 ma gli secca tanto. È innegabile che in Italia da alcuni anni si sia modificato il rapporto tra crescita dell’occupazione e del Pil. L’anomalia italiana, che vedeva una tale diffidenza delle imprese verso il fattore lavoro da generare abnormi investimenti in tecnologie di processo labour saving, sta fortunatamente assorbendosi. La stessa emersione di lavoro clandestino non può essere affatto considerata neutrale o liquidata come un mero effetto statistico.

          L’incremento del tasso di occupazione, che arriva al massimo storico del 57,7%, dimostra che il numero degli occupati è cresciuto in misura superiore al quello dei cittadini regolari in età di lavoro: 22 milioni e 651mila occupati sono un record utile non ad una retorica celebrazione ma ad incoraggiare la prosecuzione del cammino intrapreso per un mercato del lavoro più trasparente, più flessibile, più inclusivo. Non a caso, in esso crescono i giovani, le donne e gli anziani. Ne si può onestamente parlare di un fenomeno di precarizzazione, come anche ieri ha fatto Romano Prodi, nel momento in cui, come in nessun altro Paese, i contratti a tempo indeterminato costituiscono il 90% del totale e in quelli a termine si rinvengono molti lavori di qualità perché dotati di un robusto contenuto formativo come i 600mila contratti di apprendistato. Le collaborazioni coordinate e continuative o le partite Iva a monocommittenza sono un fenomeno contenuto che, ove nasconde lavoro subordinato, può essere ora represso e che comunque, quando riguarda i giovani, è imputabile ad una patologia che si forma nel processo educativo.

          Le vere fabbriche di precari sono quelle facoltà universitarie che, in nome dei noti vizi autoreferenziali di certa docenza, trascinano molti al conseguimento di una laurea poco spendibile in tarda età. Marco Biagi volle non a caso potenziare gli strumenti della transizione dalla scuola al lavoro attraverso una nuova gamma di contratti di apprendistato e l’introduzione dei contratti di inserimento.

            Rimane più difficile la situazione al Sud ove le donne in modo particolare faticano a trovare le vie di una inclusione stabile. Se il percorso riformatore non verrà bruscamente interrotto, anche e soprattutto il Sud potrà avvalersi della Borsa del Lavoro, dei contratti agevolati per l’inserimento delle donne e degli anziani, dei contratti a contenuto formativo e di una disciplina del lavoro parziale coerente con le direttive Ue.
            L’approccio costruttivo è obbligatorio in un Paese ove il lavoro suscita ancora letture ideologiche, antagonismo sociale e financo terrorismo. La collaborazione delle Regioni è resa necessaria dal nuovo titolo V della Costituzione e nuove relazioni industriali possono determinare quell’incremento di produttività che deve essere anche il frutto di una ben maggiore flessibilità organizzativa delle imprese. Dalla legge Biagi, insomma, si può solo andare avanti.