“Commenti&Analisi” Lo specchio rotto dell´Occidente-di Ilvo Diamanti

24/03/2003
        23 MARZO 2003

         
         
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        Lo specchio rotto dell´Occidente
                ILVO DIAMANTI
                LE BOMBE su Bagdad stanno colpendo anche altrove. Con effetti meno drammatici, ma altrettanto gravi. Perché l´intervento in Iraq ha allargato l´Atlantico. Ne ha allontanato le sponde. Che oggi si presentano opposte, non solo per ragioni geografiche e geopolitiche. Ma sociali, psicologiche.
                Vista dall´America, l´Europa appare distante, come raramente è avvenuto prima. E´ il passato, l´Europa. L´ha detto in modo esplicito il Presidente Bush, per riferirsi a Germania e soprattutto Francia, i principali attori dello schieramento avverso alla guerra preventiva contro l´Iraq di Saddam.

                Ma anche della costruzione europea, dopo la caduta del muro di Berlino. E´ vecchia, l´Europa, secondo l´attuale leadership americana. Robert Kagan, politologo che ispira il pensiero della nuova destra americana, per raffigurare la differenza irriducibile fra i due mondi, ha usato un´immagine di grande successo, nella vulgata mediatica e politica. Egli (nel libro "Of Paradise and Power") ha paragonato l´Europa a Venere, gli Usa a Marte; riconducendo la cultura politica europea all´idea kantiana della pace perpetua, per associare la cultura politica americana alla concezione hobbesiana dell´ordine fondato sulla soggezione a un grande Leviatano, in una società caratterizzata da un conflitto altrimenti irriducibile. E´ Venere, l´Europa. Viziata dall´etica e dall´estetica. Un mondo che non dispone di armi, ma "solo" di storia e di cultura. Sogna, dopo un secolo di guerre civili, la pace. Ma, a partire dalla seconda guerra mondiale, ha affidato la sua difesa agli Usa, dopo essere stata da essi liberata. Priva di un sistema di difesa comune adeguato, vorrebbe, per questo, ricorrere alle armi della politica, del negoziato infinito. Ma è incapace, l´Europa, di risolvere anche i conflitti più delimitati, che le esplodono dietro e dentro casa. Come quello balcanico. Perché è divisa, prigioniera della sua storia lunga. E´ una "comunità di memoria", come l´ha definita Jean-Marie Guéhenno. Attaccata alle sue radici, che sono profonde e molteplici. Le impediscono di affrontare le sfide del disordine globale, che richiede la disponibilità, anzi la "vocazione" imperiale: un disegno definito, la capacità e la voglia di agire, usando la forza. Non come ultima, estrema ratio. Come ratio. E´ il pensiero condiviso e praticato dalla leadership raccolta attorno al Presidente, non dall´intera classe dirigente né dall´intellettualità americana. Tuttavia, questo è il punto, si tratta di una visione che ha attecchito a fondo, nella società. La Francia: era considerata con favore dal 59% dei cittadini Usa, ancora nei primi giorni di febbraio; un mese dopo, ai primi di marzo, la quota di coloro che la guardano con simpatia è scesa al 34% (Gallup Poll per CNN/USA Today). La quota di persone che valutano positivamente la Germania, nello stesso periodo è scesa dal 71% al 49%.
                Vista dall´Europa l´America è lontana. Sempre più. La "vecchia Europa", come la chiama Bush, riferendosi a Francia e Germania. Ma Italia, Spagna, GB: gli Stati che gli Usa (il presidente, come i cittadini) considerano amici, non sono certo "giovani". Poi soprattutto, occorre discernere, in modo netto, fra i governi e la società; fra le posizioni dei leader e l´opinione pubblica. Kagan, intervistato da Gigi Riva per l´Espresso, non ha dubbi, al proposito: "Bisogna essere consapevoli del fatto che Schroeder e Chirac parlano a nome della maggioranza delle persone dei loro Paesi, ma anche del resto d´Europa".

                Già. I sondaggi, non lasciano margini di dubbio: l´avversione alla guerra in Iraq è larghissima. In Italia, Spagna, ma anche in Gran Bretagna. Ma, soprattutto, come mostra un sondaggio del Pew Global Attitude Project, dal 2000 ad oggi è caduto il peso di coloro che esprimono un atteggiamento favorevole verso gli USA, fra gli europei. In Gran Bretagna: dall´83% nel 2000 al 48% di oggi. In Italia: dal 76% al 34%. In Germania: dal 78% al 25%. In Francia: dal 62% al 31%. In Spagna: dal 50% fino al 31%.
                E´ radicata, in Europa, l´abitudine, dopo millenni di conflitti e divisioni, a cercare la politica, la mediazione. Spiega la ricerca – caparbia – di evitare la guerra; di respingere l´uso della "forza": certo, perché consapevoli della propria "debolezza"; ma anche per cultura, professione. Tradizione. E per la crescente ostilità verso un governo unilaterale della globalizzazione.
                D´altro canto, come abbiamo suggerito qualche settimana fa, chi sostiene un approccio hobbesiano conta che la guerra sia in grado di regolare non solo i rapporti di potere; non solo i rapporti fra le persone; ma anche il sentimento comune. Prevede, cioè, che la guerra e la sua soluzione – tanto più se rapida e con poche vittime visibili – possano riassorbire il dissenso. D´altra parte, già all´indomani dell´attacco, si colgono i segni di un cambiamento dell´opinione pubblica. Negli USA, in modo netto (il sostegno a Bush in una settimana è balzato dl 59% al 71%: Gallup Poll per CNN). Ma anche in Italia, come mostrano gli indici rilevati da Eurisko per " La Repubblica", negli ultimi giorni, si registra un certo calo del dissenso verso l´intervento armato in Iraq. Tuttavia, non sembra credibile che la società europea si possa "abituare" alla guerra, come modello di regolazione sociale e globale. Al di là del clima d´opinione, va considerata l´importanza delle mobilitazioni collettive degli ultimi mesi. Che, dopo l´avvio della campagna aerea "colpisci e intimorisci" (mai definizione è apparsa tanto efficace a esprimere una filosofia..), invece di arrestarsi, si sono propagate ulteriormente, diventando una dinamica permanente. Certo, non coincide con l´opinione pubblica, questo movimento sociale. Ha un´identità più precisa, riconoscibile, rispetto alla "media sociale" che alimenta il soffio del dissenso popolare.

                La protesta: mobilita soprattutto giovani e giovanissimi, nati e socializzati in tempi lontani dalla guerra, dopo la caduta del muro. Hanno "assorbito" la speranza che la fine delle fratture ideologiche e politiche del mondo, uscito dalla seconda guerra mondiale, avrebbe prefigurato un orizzonte con meno conflitti, meno guerre, meno divisioni. Promesse deluse, frustrate E adesso il dissenso giovanile sciama sulle strade e sulle piazze. Agita le scuole. Tutte. Non solo le Università, ma anche le superiori, protagonisti gli studenti. Ma incontriamo la protesta anche nelle scuole primarie e secondarie (ai miei tempi si chiamavano medie ed elementari), imbandierate con i colori della pace, per iniziativa di maestri (maestre) e professori (professoresse): genitori degli studenti che manifestano. Si tratta di un´esperienza collettiva importante: destinata a lasciare segni indelebili sulla personalità e sull´identità dei giovani. Destinata a produrre un "legame di generazione", secondo la definizione di Karl Mannheim. Un´esperienza condivisa, che marcherà i valori e gli atteggiamenti, futuri dei giovani, Definendo una visione del mondo solcata, quasi certamente, da una spessa vena anti-americana. Visto che, fra i giovani, fra gli studenti, l´ostilità nei confronti degli Usa è cresciuta molto più che nel resto della società. Singolare paradosso: l´opposizione all´America espressa da una generazione che è cresciuta nel mito americano. Seguendo gli stili di vita, i modelli culturali e di consumo americani.
                Il Nuovo Mondo, il Mondo del Nuovo: guarda con pena e risentimento il Vecchio Mondo, che gli appare sempre più vecchio. Debole. Preda del dubbio. Ed è, a sua volta, ricambiato, guardato con crescente acredine dalle Nuove generazioni del Vecchio Mondo. Che non ne apprezzano la determinazione a esercitare il potere, la forza. Senza incertezze.
                La crisi del Medio-Oriente, lasciata deteriorare a lungo, sembra avere spezzato irrimediabilmente anche la nostra identità culturale e geopolitica. Separando la forza e la ragione, la guerra e la politica, il potere e il consenso. A chi parla di Occidente, da oggi, converrà chiedere: quale?