“Commenti&Analisi” Lo sciopero e l’imbarazzo del governo (A.Giancane)

10/11/2004


             
             
             
             
            Numero 269, pag. 1
            del 10/11/2004
             
            Lo sciopero e l’imbarazzo del governo
             
            di Antonio Giancane
             
            L’ormai imminente sciopero generale sulla Finanziaria è diverso da quelli (rituali) degli anni scorsi. Il retroterra è infatti costituito non solo dalle rivendicazioni sindacali ma di fatto da un articolato ed eterogeneo schieramento rivendicativo. Nel quale figura, con un ruolo non defilato ma propositivo, anche la Confindustria di Luca Cordero di Montezemolo, sempre meno filogovernativa e sempre più orientata al recupero della competitività del sistema Italia.

            E se la rielezione del presidente George W. Bush ha rilanciato tutte le ipotesi di riforma fiscale allargata (quindi estesa dai poveri ai più ricchi) che oggi impegna l’area governativa, l’accordo sul Mezzogiorno tra sindacati e ben 13 associazioni di imprese (con una posizione distinta degli artigiani) critica apertamente le scelte della Finanziaria 2005. L’accordo, com’è noto, indica alcune priorità per il Sud, su cui si dovrà aprire un ampio dibattito anche nelle sedi politiche dove si discute già della prossima campagna elettorale.

            Qui arrivano i dolori. Se infatti la coalizione soffre per le diatribe interne sul fisco, il governo si trova in chiaro imbarazzo di fronte alle parti sociali che si presentano al confronto non in ordine sparso, ma con una proposta comune sul Sud.

            Ora questo terreno non è il più comodo, con una Finanziaria alla Gordon Brown che lesina le risorse proprio al Mezzogiorno e con un ministro del lavoro, il leghista Bobo Maroni, che certo non ha in simpatia le istanze che nascono al di sotto del Garigliano.

            Oltretutto la crisi economica ha prosciugato le risorse per le politiche espansive e ha messo in crisi il dialogo sociale nelle sue varie declinazioni, non solo in Italia, ma nell’intera Europa.

            Ora per il governo Berlusconi il problema più serio è restare spiazzato dalla convergenza tra le istanze della Confindustria di Montezemolo e quelle del sindacato di Guglielmo Epifani, che sembrerebbero vagheggiare una riedizione della concertazione più vicina a quella degli anni 70 che 90. Altro che Gad (l’alleanza della sinistra), qui avanza una Gap, cioè una grande alleanza dei produttori che si erge a interlocutore sociale unico in una serie di vertenze a tema, su ognuna delle quali il governo si trova come in un letto di Procuste.

            La differenza di fondo rispetto alla concertazione è che ora non si vedono contropartite reali per il governo, ma solo rivendicazioni unilaterali. Sullo sfondo si riapre una delicata partita salariale, nella quale sarà in gioco la stessa funzione di rappresentanza delle centrali industriali e sindacali. La stessa diatriba sui contratti pubblici ha evidenziato, se ce n’era bisogno, l’estrema fragilità delle posizioni governative.

            Il quadro spariglia ulteriormente le carte del ministro dell’economia, che evidentemente contava su un appoggio più convinto alla Finanziaria del polo sindacale moderato (Cisl e Uil). Ma questi ultimi hanno invece aderito allo sciopero generale e seguono (sia pure con qualche distinguo) la prospettiva dell’alleanza produttivistica.

            È chiaro che il governo aspetterà lo sciopero generale prima di introdurre le opportune modifiche alla legge finanziaria. Ma è altrettanto chiaro che tali modifiche alla manovra non saranno sufficienti a ricomporre l’asse con i moderati né con Montezemolo. Con il risultato di lasciare tutti scontenti e portare acqua alla strategia della Cgil, inaspettatamente uscita dall’angolo nel quale era autoconfinata ormai da un triennio. (riproduzione riservata)