“Commenti&Analisi” Lo sciopero del 26 è un avviso a Montezemolo (M.Unnia)

24/03/2004

ItaliaOggi (Prima Pagina)
Numero
071, pag. 1 del 24/3/2004
di Mario Unnia

Lo sciopero del 26 è un avviso a Montezemolo

Lo sciopero generale del 26 marzo indetto dalle tre confederazioni sindacali ha un destinatario dichiarato, ed è il governo, al quale, per dirla con Savino Pezzotta, si rimprovera di tutto, compresa l’idea di tagliare le ferie ai lavoratori per aumentare il pil: per la verità, chi ha formulato la proposta ha scambiato l’Italia per un paese in cui la fiducia nello stato è tale da legittimare la richiesta di questi tipi di sacrifici, cosa che da noi non è. D’altro canto, la ricetta dei sindacati è già stata illustrata nella riunione congiunta dei tre vertici allargati, nel corso della quale è stato presentato un diktat ispirato non alla logica delle compatibilità bensì a quella delle variabili indipendenti, che ci riportano a un passato che si sperava sepolto. E la reazione del governo, com’era prevedibile, non è stata la denuncia delle incongruenze degli estensori: al contrario, il ministro Maroni si è detto ancora disponibile a limare i testi governativi, ormai ridotti alla carta trasparente, molte voci all’interno della Casa delle libertà hanno dato segni di assenso alle pretese sindacali, e lo stesso ministro Tremonti non ha escluso qualche cedimento. Dunque, perché fare sciopero, quando l’autorevole destinatario ha dato benevoli segni di ricevuto?

Si dirà, per ragioni interne, un rito che sottolinea nelle piazze la ritrovata unità, ma non è tale da giustificare la mobilitazione generale. In effetti c’è un altro destinatario, ed è la controparte storica dei sindacati, il padronato, ovvero la Confindustria che del medesimo è il rappresentante per antonomasia. Nella quale, ed è un particolare influente, è in corso la transizione dalla presidenza D’Amato e quella Montezemolo. Nella vivace campagna elettorale uno degli argomenti caldi è stato proprio il rapporto con i sindacati. La passata presidenza è stata accusata di aver combattuto l’unità sindacale dando vita ad accordi separati e appoggiando il governo sulla legge Biagi, sulle pensioni, sull’art. 18 ecc. Tognana, in quanto vicepresidente di Confindustria, è stato additato come un complice dell’ardita politica di D’Amato, mentre Montezemolo ha lasciato intendere che nel nuovo corso era previsto un cambiamento di attitudine verso la Triplice. Non solo, ma il vincitore non ha perso occasione per invitare i sindacati a unirsi nel rilancio del made in Italy, con tutto quel che segue, di realtà e di retorica. Tognana, che la controparte la conosce bene per averla frequentata per anni, è stato più freddo, e questo gli è valso molti consensi in meno da parte del mondo politico, di destra e di sinistra.

Stando così le cose, va da sé che il diktat sindacale al governo è diretto pari pari agli imprenditori.

Il momento è scelto bene, perché il nuovo presidente sta preparando il programma e la squadra. Cgil, Cisl e Uil hanno messo sul tavolo parecchie questioni, per alcune di queste avvertendo una disponibilità interessata nelle dichiarazioni del presidente: per esempio il ritorno al metodo concertativo, l’uso di capitali pubblici per superare l’impatto sull’occupazione della crisi delle grandi imprese, il supporto governativo all’internazionalizzazione delle aziende ecc. Ma hanno messo anche in agenda altre questioni destinate a rendere meno idilliaco il rapporto con gli imprenditori. Come, l’estensione all’industria degli accordi decentrati (aziendali e territoriali) previsti per l’artigianato: l’argomento è caldo, Cisl e Uil sono favorevoli, mentre la Cgil deve affrontare una contestazione interna, e sul fronte politico l’idea piace a una parte della sinistra, con D’Alema in testa. Per contro, è nota l’opposizione delle piccole imprese alla revisione dell’assetto contrattuale, per loro sta bene il contratto nazionale, non vogliono altri livelli: e c’è una ragione, occorre sottolinearla, perché la dimensione regionale è un’astrazione, ben diverso sarebbe prevedere contratti di distretto o di filiera produttiva. Altra questione calda è l’attuazione della legge Biagi, che per buona parte dei sindacati non sarà l’occasione per applicare le nuove norme, ma per ´ristrutturarle’ nel senso di cambiarle attraverso le prassi, smantellando i varchi aperti nella rigida disciplina esistente. C’è poi la prospettiva indicata dal ministro Maroni, scrivere lo Statuto dei lavori che dovrebbe non sostituire, ma completare il vecchio Statuto dei lavoratori. Fortunatamente la produzione delle leggi ha da noi tempi biblici, quindi possiamo sperare che i guai che verranno dalla maniacale vocazione legislativa dei nostri politici e sindacalisti ci saranno per un qualche anno risparmiati.

Viceversa, c’è la questione dell’occupazione che si presenta negli stessi termini in cui affligge gli altri paesi, ma con qualche aggravante in più. Da parte sindacale si contesta il ricorso all’outsourcing e si vorrebbe un processo di insourcing, riportare in casa il lavoro che è stato portato altrove. Con quale impatto sui costi aziendali è facile immaginare. Altrettanti segnali si avvertono per quanto riguarda la delocalizzazione: la Fiom si è fatta interprete della richiesta alle imprese di non perseguire ostinatamente questa politica, e il messaggio viene anche dalle confederazioni. Questo atteggiamento confligge con quanto affermato sia da Tognana sia da Montezemolo durante la campagna elettorale: toccherà al nuovo presidente affrontare la controparte, tenendo conto che anche la politica guarda alla questione, sulla linea del ripensamento troviamo non solo esponenti della sinistra, ma anche del centro-destra, la cosiddetta destra sociale. Da parte cattolica si sono espresse ripetute riserve sulla globalizzazione, accusata tra l’altro di destabilizzare il mercato del lavoro e quindi i rapporti sociali: questa posizione sarà portata dai sindacati a supporto delle loro apprensioni.

Insomma, chi ha orecchie per intendere, intenda. Stiamo a vedere come reagirà il destinatario numero due dello sciopero del prossimo venerdì. (riproduzione riservata)