“Commenti&Analisi” L’Italia fra 10 anni (M.Deaglio)

29/11/2004
    domenica 28 novembre 2004
    pagina 7

    L’ITALIA
    FRA 10 ANNI
    Meno industrie, più concorrenza
    Ecco come restare competitivi

      analisi
      Mario Deaglio

        IN due incisivi interventi su questo giornale, Barbara Spinelli (21 novembre) e Ferruccio de Bortoli (22 novembre) hanno sottolineato la necessità di allargare gli orizzonti politico-culturali italiani. In tutti questi anni, ha scritto Spinelli, riprendendo un’osservazione di Romano Prodi, l’Italia ha continuato a urlare al punto di smettere di pensare. Quest’urlo, si può aggiungere, trasforma il dialogo da confronto a scontro, si riduce a una serie di declamazioni contrapposte invece di essere una discussione proficua e proprio sulla necessità di un rilancio della discussione, specie sull’assetto economico e sociale italiano di lungo periodo, ha insistito de Bortoli.

        Occorre in ogni caso sollevarsi dalle prospettive limitate della Finanziaria e dall’angusto scenario politico di elezioni più o meno prossime per considerare quale potrà essere l’assetto economico italiano tra dieci o vent’anni e quali politiche saranno necessarie per realizzarlo. Non si tratta di costruire castelli in aria bensì di individuare le scelte cruciali e i vincoli di qualunque progetto di politica economica e le condizioni per superarli: un discorso pre-politico, insomma, per contribuire a migliorare la qualità dei futuri discorsi politici.

          Un primo, ineludibile vincolo è di tipo demografico: tra una ventina d’anni l’Italia sarà avviata a diventare un Paese decrepito all’interno di un’Europa anziana, circondata da un mondo giovane. Secondo le più recenti stime dell’Istat, su una popolazione totale pressoché invariata, nel 2025 la fascia d’età compresa tra i 20 e i 39 anni (ossia quella più creativa, maggiormente dinamica, particolarmente ricca di nuove idee e nuove iniziative) subirà un calo drastico dagli attuali 17 a poco più di 12 milioni di persone. I giovani sotto i vent’anni scenderanno all’incirca a 9 milioni contro gli attuali 11 milioni mentre gli italiani con più di 65 anni saliranno da 10,5 a 14,6 milioni.

            Di qui derivano due conseguenze destinate a condizionare le politiche economiche future: la prima è che solo con molta difficoltà le attuali, sofferte, riforme riusciranno a garantire ai pensionati un livello di vita veramente decoroso e che si estenderanno le pensioni private complementari a quella pubblica con un possibile impatto negativo sui consumi. La seconda è che, per cercar di mantenere gli attuali livelli di attività economica, sarà indispensabile un flusso immigratorio continuo e consistente, il che pone la necessità di definire una politica immigratoria che non si limiti a stabilire il numero degli ingressi anno dopo anno, ma invece si proponga di regolare la convivenza tra residenti e immigrati.

              Pur essendo l’incidenza degli immigrati e dei pensionati destinata, in ogni caso, a salire sensibilmente sul totale della popolazione, è possibile puntare su un’Italia più o meno multietnica, più o meno integrata, più o meno aperta alla prosecuzione dell’attività lavorativa oltre l’età minima del pensionamento. Le risposte possibili sono naturalmente molteplici e i proponenti ne devono dimostrare la sostenibilità: è sconfortante che dal mondo politico e dalle organizzazioni sociali non ne provenga, per ora, neppure una. In ogni caso, il binomio invecchiamento-immigrazione contribuirà in modo considerevole a determinare il modo di essere dell’Italia nei prossimi decenni.

                Queste due dimensioni rappresentano la cornice, le condizioni necessarie di qualsiasi programma per l’Italia futura; occorre poi disegnare il quadro, ossia determinare le condizioni sufficienti. Per far questo occorre dare risposta a un altro interrogativo che viene invece generalmente evitato: che cosa potrà produrre questo Paese tra vent’anni per guadagnarsi da vivere in un mondo che risulterà quasi certamente più integrato dal punto di vista economico (e quindi più competitivo) dell’attuale, anche se, come appare probabile, il modello di globalizzazione che è risultato vincente fino a pochissimi anni fa subirà una radicale evoluzione?

                Anche su questo argomento cruciale, purtroppo, dalle forze politiche e sociali provengono indicazioni complessivamente vaghe e inconcludenti; alcuni vincoli appaiono invece molto precisi. L’Italia non può aspirare a una presenza rilevante nei molti settori dai quali è uscita nel corso degli ultimi 15-20 anni. E’ illusorio, a esempio, pensare a un ritorno nella «grande chimica» o nella farmaceutica d’avanguardia oppure a un ruolo di punta dei settori della meccanica in cui si sono verificate vistose ritirate; così come, per citare il caso più recente di una lunghissima lista, se dovesse uscire dal settore dei cavi elettrici, in cui ha una posizione di tutto rispetto, l’Italia difficilmente vi potrà ritornare. Una volta scesi da un treno, è impossibile rincorrere con successo l’ultimo vagone che si allontana.
                In un mondo più integrato, ogni Paese deve specializzarsi in ciò che sa o può fare meglio e il primo grande settore al quale l’Italia deve pensare è naturalmente quello del «made in Italy», inteso in senso lato, comprendente quindi anche il settore agro-alimentare e il turismo. Rimuovendo un tabù nazionale per cui tutto ciò che il «made in Italy» fa è da considerarsi ben fatto, occorre domandarsi con tutta franchezza se il «made in Italy» riuscirà davvero a reinterpretare ancora una volta in maniera vincente l’immagine del Paese a beneficio di centinaia di milioni di nuovi consumatori benestanti, localizzati soprattutto in Asia e nell’Europa Orientale.

                  In altre parti del mondo si fanno investimenti imponenti nel design e già si producono vini buoni quasi quanto i nostri. Occorre quindi mettere in conto che il «made in Italy» sarà esposto a dura concorrenza e la domanda di questi prodotti potrà subire ampie fluttuazioni (che già cominciano a verificarsi). Non è affatto detto che le nuove classi medie della Cina e dell’India provino nei confronti dei vestiti e dei paesaggi, delle scarpe e dei monumenti italiani lo stesso entusiasmo che porta ogni anno milioni di europei e americani a «comprare italiano» e a venire in Italia. Un’Italia che vivesse prevalentemente di moda e turismo dovrebbe rassegnarsi a una crescita bassa e irregolare: diverrebbe una sorta di museo economico, oltre che artistico in cui milioni di pensionati si scalderebbero al sole, con pensioni relativamente magre e decine di migliaia di giovani brillanti emigrerebbero ogni anno alla ricerca di un più dinamico ambiente economico-sociale. Mentre quindi il «made in Italy» non può non restare un ingrediente della nostra futura torta produttiva, sarebbe importante, al fine di evitare il temutissimo declino, che non fosse né l’unico né il principale.

                    Quali potranno essere, allora, gli altri ingredienti della torta? Una componente rilevante del futuro sistema produttivo italiano potrà essere rappresentata dai settori che producono infrastrutture, i quali vantano una considerevole esperienza internazionale e fruirebbero di un vantaggio competitivo geografico (e forse politico) nell’Europa dell’Est, sulla riva meridionale del Mediterraneo e nell’Africa sub-sahariana che si spera di veder uscire (magari anche con l’aiuto italiano) dalla sua terribile «guerra dei trent’anni»: si potrebbero costruire qui, con imprese, materiali, progetti e tecnici prevalentemente italiani, ponti, strade, linee ferroviarie ed elettriche, aeroporti, ospedali.

                      Un’altra prospettiva, complementare alla precedente, consiste nel puntare sui «gioielli», spesso poco conosciuti, dell’industria italiana, ossia su qualche decina di settori, talora importanti, talora vere e proprie nicchie, semi-ignorate dalle statistiche, in cui questo sorprendente Paese continua a mantenere una buona presenza mondiale, nella speranza che qui nasca qualche impresa leader di grande peso.

                        La lista va dagli apparecchi medicali alle macchine per la panificazione, dai cementi agli elettrodomestici, da certi segmenti dell’industria aeronautica al settore dell’imballaggio, e comprende alcuni distretti industriali particolarmente vitali e alcune imprese medio-grandi che potrebbero spiccare il volo sulla scena mondiale. Occorre infine tener conto che il panorama produttivo mondiale si rinnova continuamente e che molti settori che risulteranno importanti domani, basati in prevalenza su nuove applicazioni elettroniche e nuove scoperte scientifiche, ancora non esistono oggi ma sicuramente richiederanno, oltre a chiare capacità imprenditoriali, anche una forza lavoro dotata di un livello di istruzione assai superiore all’attuale.

                        Per fare una qualsiasi torta con questi ingredienti non bastano le buone intenzioni. Le commesse per i lavori all’estero hanno bisogno di un robusto supporto governativo, i distretti industriali di politiche territoriali integrate; le imprese medie e medio-piccole non crescono senza un apporto finanziario adeguato in quantità e qualità che solo molto raramente le banche italiane appaiono oggi in grado di fornire. E i «gioielli» nascosti escono dalla dimensione familiare solo con appropriate e garbate pressioni da parte del mondo finanziario: troppo spesso le imprese familiari di alto livello, lasciate a se stesse, vengono acquistate da qualche grande multinazionale straniera.

                          Queste imprese devono essere indotte ad aprirsi ai mercati finanziari ma al tempo stesso vanno loro garantiti sia il mantenimento di quei caratteri di unicità che ne hanno fatto la fortuna iniziale sia la possibilità di crescita sui mercati mondiali. L’intero mondo produttivo ha poi bisogno di maggiore ricerca scientifica – oggi da tutti invocata quasi fosse la bacchetta magica senza alcun approfondimento, senza distinguere, a esempio, tra ricerca di base e ricerca applicata – ma non ha generalmente alcuna esperienza di come si impostano i rapporti con l’Università, la quale, a sua volta, difende gelosamente un’autonomia sacrosanta ma che rischia di rimanere sterile.

                            Il quadro così molto sommariamente delineato vuol essere un inventario di componenti di qualsiasi programma di politica economica che vada al di là del calcolo degli sgravi, dei salvataggi, dei tagli dell’immediato e delle buone parole per il futuro. Su tutto ciò è indispensabile interrogarsi ed è indispensabile che si arrivi a risposte politiche non approssimative ma condite di dati di fatto nell’ambito di piani ragionevolmente sostenibili. Altrimenti andremo avanti tra i teatrini e i balletti ai quali la politica ci ha abituato in tempi recenti e subiremo passivamente il nostro futuro invece di cercare di determinarlo.

                              mario.deaglio@unito.it