“Commenti&Analisi” L´Italia del disagio (E.Berselli)

09/12/2003


DOMENICA 7 DICEMBRE 2003


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L´ITALIA DEL DISAGIO SFILA NELLE VIE DI ROMA

          EDMONDO BERSELLI


          OGNI volta che si assiste a una manifestazione sindacale imponente come quella di ieri a San Giovanni, il governo di centrodestra la esorcizza rivendendola come una iniziativa strettamente politica. Ieri è stato il vicepremier Gianfranco Fini a dare il «la» al centrodestra, invitando l´opposizione a non illudersi: non sarà un colpo di piazza organizzato dalla sinistra, «massicciamente mobilitata con i suoi dirigenti e attivisti» a sostegno della manifestazione sindacale, a fare arretrare il governo. Può darsi tuttavia che in questo caso la percezione di Fini e di vari altri esponenti della Casa delle libertà sia seriamente sfasata rispetto alla realtà.
          Perché ieri non si è vista soltanto una manifestazione sindacale: idealmente in piazza c´è andato, con il sindacato, un pezzo d´Italia che sta scontando sulla propria pelle l´inedita situazione economica del Paese, cioè quella combinazione di stagnazione e di febbre inflazionistica "di classe", che colpisce prevalentemente i consumi e il tenore di vita dei ceti medi e popolari. È per questo che i tre cortei di ieri a Roma esprimevano in primo luogo un sentimento per diversi aspetti nuovo e originale: non semplicemente una tonalità politica antigovernativa, e neppure soltanto una protesta contro la riforma delle pensioni e la legge finanziaria; quanto il disagio fortissimo di ampi segmenti sociali rispetto alla condizione economica del Paese.
          In sostanza, il messaggio uscito da piazza San Giovanni dice che c´è un´Italia che sta male, che vive peggio di prima, che si è impoverita nelle ultime stagioni, e che oggi si trova spinta sulla soglia di un disagio sociale autentico. Ed è ovvio che non si tratta di un´Italia soltanto di sinistra, dal momento che il deprezzamento dei salari è un fenomeno bipartisan che investe anche i salari di centrodestra. Di fronte a questa situazione diffusa di famiglie che non ce la fanno, di acquisti rinviati, di vacanze ridotte, davanti ai costi crescenti per la casa e la vita quotidiana, sarebbe un ottimo risultato per il governo riuscire ad attribuire la protesta esclusivamente all´ostilità antigovernativa della sinistra e della «Triplice», come insiste il leghista Calderoli con parole d´altri tempi («Andate a lavorare, piuttosto»).
          Fossimo davanti solo a un´operazione protestataria, per quanto spettacolare, dell´opposizione politica, il governo potrebbe limitare le preoccupazioni e, come annuncia Fini, tirare diritto per la sua strada. Ma la manifestazione non gridata di Roma, con i cortei quasi silenziosi e la folla come ripiegata su se stessa, sembra avere il valore di un´indizio che va molto al di là di uno scontro fra sinistra e destra: fa capire che con ogni probabilità si sta consumando la rottura fra il grande sogno berlusconiano e la realtà delle cose. Non dimentichiamo il dato sconvolgente delle elezioni del 2001, allorché il voto operaio andò per il 60 per cento al centrodestra. Erano i tempi euforici in cui i cartelloni sei per tre e sfondo azzurro promettevano il miracolo, meno tasse, ripresa economica impetuosa, prodigio capitalistico a breve. Adesso la società italiana è reduce da tre anni di crescita bassissima, da un programma normativo sull´occupazione che ha precarizzato il lavoro senza affiancare alla riforma strumenti moderni di welfare, dalle cartolarizzazioni e dai condoni, dalla trovata regressiva del bonus sul secondo figlio.
          Per molti, il miracolo italiano promesso da Berlusconi, benedetto a suo tempo dal governatore della Banca d´Italia e dal presidente della Confindustria, è virato in una specie di sogno cattivo. A leggere le cronache delle ultime settimane, si avverte qualcosa che serpeggia nella nostra società: per qualcuno è una conferma dell´incapacità della classe dirigente affiliata alla Casa delle libertà, ma per molti è un´amara delusione, pagata giorno per giorno con le tariffe, il costo dei servizi, gli affitti: dietro l´indignazione per l´agitazione selvaggia che ha bloccato Milano è affiorato un vissuto metropolitano fatto da 850 euro al mese.
          Ora sarà difficile attribuire al malanimo del centrosinistra il fatto che per i ceti medio-popolari l´inflazione reale è uguale a quella percepita; sarà difficile anche negare l´inerzia del governo a proposito dell´inflazione da euro. Nello stesso tempo sta diventando nozione comune l´idea di una lotta di classe praticata con altri mezzi, che depaupera il lavoro dipendente o para-dipendente e favorisce le rendite di ogni tipo, con un profilo della distribuzione del reddito che assomiglia a quella degli anni Cinquanta. Anni di concertazione e di moderazione salariale devono avere convinto il governo e l´establishment imprenditoriale che il salario è diventato davvero, ma questa volta ironicamente, una variabile indipendente. Eppure la protesta muta di San Giovanni dimostra che occorre fare i conti proprio con quell´Italia lì, l´Italia per cui «al ventuno del mese i nostri soldi erano già finiti». Si tratta di un faccia a faccia con l´Italia reale a cui non potrà sottrarsi la Casa delle libertà, sempre ammesso che gli addetti alla campagna berlusconiana non si inventino altri manifesti con il neo-sogno «stipendi più alti per tutti».
          Ma questo faccia a faccia diventerà decisivo anche per il centrosinistra. Perché le elezioni le vincerà chi sarà capace di capire, con l´Italia silenziosa di San Giovanni, anche l´Italia ammutolita dall´impoverimento, la comunità preoccupata per la stabilità del proprio benessere e in certi casi della propria dignità civile. Alla quale si potranno certamente raccontare le bellezze aggregative della lista unica; ma a cui converrebbe anche proporre un paio di linee programmatiche per spiegare come si potrebbe restituire qualità ai salari, senza fughe romantiche nella rivolta anticapitalista e senza bluffare su un miracolo opposto fatto da sinistra.