“Commenti&Analisi” L’Italia che reagisce (G.Berta)

05/12/2005
    sabato 3 dicembre 2005

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    L’Italia che reagisce

      Giuseppe Berta

        ANCHE il declino stanca, si potrebbe dire a margine dell’ultimo Rapporto annuale del Censis, che segnala, all’interno della società italiana, «meno atonia rassegnata che nel recente passato». Nemmeno l’intonazione ottimistica che ha sempre caratterizzato la prospettiva da cui il Censis ha guardato al processo della nostra trasformazione economica e sociale autorizza naturalmente a parlare di una ripresa in atto. La nostra resta una «mutazione ambigua», ricca di chiaroscuri, dove la luce e l’ombra conoscono molteplici gradazioni e sfumature. Ma il Censis tiene a sottolineare come affiorino nel Paese «schegge di vitalità economica».

        Segno, appunto, che non domina affatto in maniera generalizzata la tinta cupa del declino. Nel sistema delle imprese i sintomi di progresso sono diffusi e tutt’altro che inconsistenti. Ad onta delle denunce di «nanismo», nascono numerose piccole imprese, che non possono essere rubricate come altrettanti sintomi della debolezza e della precarietà del nostro organismo imprenditoriale. Gli stessi settori produttivi presentano una realtà a macchie di leopardo, dove le manifestazioni di crisi e di difficoltà non sono uniformi, ma cedono spesso il posto a indicatori di vivacità e di dinamismo.

        Questo quadro manca tuttavia di un’impronta omogenea. La transizione che stiamo attraversando sul piano economico e sociale non ha ancora raggiunto un profilo definito e i suoi contorni restano sfuggenti. Per il Censis ci sono condizioni che possono confortare circa un possibile buon esito finale del mutamento: cresce il livello di istruzione dei giovani, le reti che innervano il territorio e ne aumentano le potenzialità di sviluppo si rafforzano, la spinta alla coesione sociale non si esaurisce. Soprattutto, la società italiana non ha perso la capacità di reagire. A modo suo, beninteso, ricercando l’adattamento e privilegiando la continuità piuttosto che scandendo le cesure fra passato e presente.

        Nell’analisi del Censis, è implicito che sbagliano coloro che sostengono che l’Italia per cambiare ha bisogno di shock traumatici, di discontinuità che recidano di colpo consuetudini e legami sedimentati nel tempo. La ricetta che suggerisce è di marchio opposto rispetto alle terapie d’urto care alle proposte dei liberisti: bisogna confidare nel tessuto italiano, assecondare le sue attitudini ad adattarsi alla globalizzazione, evitare le soluzioni calate dall’alto e gli impulsi tecnocratici.

        Va da sé che, in questa logica, è implicito il dissenso con chi batte oggi sul tasto del programma del prossimo governo. Non sono tanto i programmi per governare che bisogna chiedere alla politica quanto invece la capacità di prospettare una «missione» al Paese, o «almeno una identificazione collettiva», che crei consenso e mobiliti risorse di partecipazione sociale. Anche secondo il Censis l’Italia ha bisogno di un’energica guida politica, ma che si sostanzi non di misure amministrative da adottare in un’azione di governo ravvicinata, bensì di una visione comune da offrire agli italiani perché vi si possano riconoscere.

          Le preferenze del Censis vanno alle forze che si pongono innanzitutto il problema di rappresentare il mutamento sociale e i suoi soggetti e che operano per predisporre scenari in grado di raccogliere e condensare l’inclinazione degli operatori economici a inserirsi nella cornice dei mercati internazionali. Forse è questa la ragione che ha indotto gli estensori del Rapporto a riservare parole d’apprezzamento per l’esperienza che si va compiendo a Torino, dove lo sforzo maggiore sta nel ricreare un sistema di snodi e connessioni che moltiplichi le opportunità a disposizione della città. È forse presto per stabilire se sarà la politica urbana a coadiuvare in misura determinante la capacità di sviluppo, ma certo è all’interno dei confini metropolitani che si osservano alcuni dei fenomeni attualmente più interessanti.