“Commenti&Analisi” L’inutile guerra dei sei anni (P.Ichino)

14/11/2005
    lunedì 14 novembre 2005

    Pagina 1/26 – Opinioni

    CONTRATTI

    L’inutile guerra dei sei anni

      di Pietro Ichino

        Sono ormai più di sei anni che, per un milione e mezzo di metalmeccanici italiani, il contratto collettivo nazionale non viene rinnovato unitariamente da Cgil, Cisl e Uil. Nel 2001 e nel 2003 Cisl e Uil hanno firmato senza la Cgil, nonostante che questa abbia la maggioranza assoluta degli iscritti nel settore.

        Ora i tre sindacati hanno ritrovato l’unità d’azione; e il rinnovo biennale del contratto è di nuovo incagliato. Dopo 40 ore di sciopero già attuate nel corso dell’anno, venerdì ne è stato proclamato uno nazionale di 8 ore per il 2 dicembre; ma la distanza fra le posizioni delle parti appare ancora enorme. Ce n’è abbastanza per parlare di un sistema di relazioni industriali bloccato; ma sembra che a nessuno interessi individuare le cause di questa paralisi, per tentare di rimuoverle: né ai dirigenti delle tre confederazioni sindacali maggiori né a quelli della Confindustria.

        Un primo problema è che il contratto nazionale oggi regola inderogabilmente una miriade di situazioni molto diverse tra loro. L’aumento di 130 euro mensili chiesto dai sindacati si aggiunge a un costo del lavoro standard sostenibile al Centro-Nord, ma non al Sud; nel Mezzogiorno, d’altra parte, il costo della vita è più basso e moltissimi lavoratori irregolari o disoccupati sarebbero ben disposti a un trattamento anche inferiore pur di avere un’occupazione regolare. Con il contratto nazionale, poi, si disciplinano minuziosamente tutti gli aspetti del rapporto di lavoro per una grande varietà di comparti: dalla meccanica tradizionale alla siderurgia, dalle case di software all’industria aerospaziale. Sono centinaia di disposizioni, delle quali gran parte è immutata da decenni.

        Il sistema dell’inquadramento professionale previsto dal contratto dei metalmeccanici è ancora oggi quello di 35 anni fa, con i suoi otto livelli e la selva delle sue «declaratorie» dei singoli profili professionali. Quando esso venne contrattato per la prima volta, all’inizio degli anni ’70, chi entrava in fabbrica aveva la prospettiva di svolgere sostanzialmente le stesse mansioni (di saldatore, trapanista, carpentiere, dattilografo, ecc.) nello stesso modo per tutta la vita. Robot e automatizzazione erano solo nei romanzi di fantascienza; ma neanche i romanzi avevano previsto Internet, né il personal computer tascabile. A quell’epoca, peraltro, a Roma non si decidevano soltanto i contenuti del contratto di settore, ma anche la svalutazione della lira e gli aiuti di Stato, che consentivano alle imprese italiane di recuperare competitività; oggi non lo si può più fare.

        È cambiato tutto; ma la struttura del contratto nazionale è rimasta sostanzialmente immutata, come immutata è rimasta la scelta di impedire alle singole imprese di discostarsene: la legge penalizza in vario modo la disapplicazione del contratto nazionale, anche se contrattata dall’impresa con un sindacato sorretto dalla maggioranza dei lavoratori interessati. Per un tessuto produttivo in continua e rapidissima evoluzione è una gabbia soffocante. E la cosa sorprendente è che questa regola sia difesa anche della Confindustria: il suo documento sulle relazioni industriali del settembre scorso la ribadisce esplicitamente.

        Un contratto collettivo nazionale è ancora necessario; ma occorre sdrammatizzarne il ruolo, consentendo la differenziazione delle discipline al livello aziendale o regionale, quando essa sia negoziata da un sindacato effettivamente maggioritario a quel livello. Occorre consentire il confronto e la competizione tra modelli diversi di relazioni sindacali e di disciplina del rapporto di lavoro; anche – perché no? – in seno a uno stesso settore.