“Commenti&Analisi” L’intesa del ’93, che cosa rimane (M.Tiraboschi)

23/07/2003




      Mercoledí 23 Luglio 2003
      COMMENTI E INCHIESTE
      Politica dei redditi


      L’intesa del ’93, che cosa rimane
      MICHELE TIRABOSCHI

        Si celebrano oggi i dieci anni del protocollo Giugni
        sul costo del lavoro. È più che scontato ricordare i
        grandi meriti di una intesa sulla politica dei redditi che ha contribuito in modo decisivo al risanamento
        dei conti pubblici salvaguardando, al tempo stesso, il potere di acquisto dei salari.
        E altrettanto scontato è il tentativo, da tempo in atto, di proiettare contenuti e logiche del protocollo del 23 luglio 1993 sugli scenari futuri del nostro sistema di relazioni industriali. Al fine di indicarne, accanto ai pregi, taluni evidenti limiti. Per chi ritiene — e le voci che si levano in questa direzione sono sempre più numerose e autorevoli —che la moderazione salariale ha fatto il suo tempo significa riconoscere, tra le altre cose, che è necessario pensare a una nuova politica dei redditi e, soprattutto, a un modello contrattuale maggiormente coerente con i cambiamenti intervenuti nel mondo del lavoro, dellaeconomia e della società.
        Schiacciato tra un glorioso passato e un incerto futuro il giudizio sul protocollo del 1993 rischia tuttavia di trascurare quella che è stata la vera forma di innovazione e cambiamento che ha animato i sottoscrittori di questa storica intesa. L’eccezionale
        situazione di crisi economica e istituzionale del Paese, in effetti, aveva inequivocabilmente posto al centro del confronto tra Governo e parti sociali la salvaguardia dell’interesse generale a cui venivano ancorate tanto le istanze di tutela del lavoro, da un lato, quanto le esigenze di competitività e sviluppo, dall’altro lato.
        Una forza di innovazione e cambiamento, dunque, che alimentava e rendeva fruttuoso il metodo della concertazione e che, non troppo paradossalmente,
        è tuttavia venuta attenuandosi una volta centrati gli obiettivi di convergenza economica di Maastricht e l’ingresso nel sistema dell’Euro. E questo fino al
        punto di fare della concertazione — con il Patto di Natale del 1998 — un obiettivo in sé.
        Che cosa rimane, nell’attuale quadro di relazioni industriali, di quella genuina tensione verso l’interesse generale che animava il protocollo del 1993?
        Francamente ben poco, come dimostra il recente confronto tra Governo, parti sociali e forze di opposizione in merito alla riforma del mercato del lavoro. Che si stia avviando una coraggiosa e solitaria battaglia sulla regolamentazione di quella forma di flessibilità impropria – per non dire selvaggia – che sono le collaborazione coordinate e continuative poco importa ai più, che non esitano infatti ad anteporre l’egoistico e contingente interesse a forme di lavoro a basso costo a una considerazione di benefici complessivi e di lunga durata tanto per i lavoratori che per il sistema economico in generale. Ma ancor più grave, va detto con chiarezza, è quell’atteggiamento del sindacato che – pur in presenza di un quadro normativo coerente con il pacchetto Treu – denuncia una alterazione nella dialettica tra legge e contrattazione collettiva soprattutto in relazione al ruolo (temporaneamente) sostitutivo del ministro del Lavoro nella implementazione della riforma in assenza di contratti collettivi. E questo perché la valorizzazione della autonomia collettiva, nella attuazione concreta della riforma Biagi e nella gestione del cambiamento, viene intesa dai sindacati come una prerogativa fine a se stessa anche nel caso in cui la contrattazione non si dimostri forza trainante della modernizzazione. Ritornano allora nella loro piena attualità le considerazioni contenute nel Libro Bianco dell’ottobre 2001, là dove si segnalava che la transizione da una politica dei redditi a una più ampia politica per la competitività e l’inclusione sociale impone oggi l’adozione di un metodo di confronto più agile e duttile, tale in ogni caso da consentire una chiara distinzione delle reciproche responsabilità tra Governo e parti sociali. Vero è che senza questa distinzione di responsabilità molti degli aspetti più innovativi contenuti nella riforma Biagi in discussione in Parlamento in questi giorni rischierebbero di rimanere lettera morta ancora per molti anni, alimentando quei fenomeni di destrutturazione strisciante del nostro mercato del lavoro che hanno condotto alla attuale crisi del metodo concertativo.