“Commenti&Analisi” L’inganno della crescita dei lavori (B.Ugolini)

06/06/2005
    lunedì 6 giugno 2005


    ATIPICIACHI

      L’inganno della crescita dei lavori

        Bruno Ugolini

          Nella tempesta dei dati – dall’Ocse all’Istat – che testimoniano dell’allarmante situazione in cui versa l’Italia c’è sempre qualche esponente del centrodestra che non si perde d’animo. Stiamo parlando dei vari Tremonti e Brunetta che sporgono dal video, nei talk-show serali, per annunciare al popolo italiano che nel buio dell’economia esisterebbe, però, uno splendido, isolato faro: l’aumento dell’occupazione. È una vera e è propria bugia. Ha spiegato, fra i tanti, come stanno veramente le cose, in un articolo sul “Sole 24 ore”, uno studioso come Antonio Schizzerotto. È apparso ridotto, osserva, rifacendosi agli gli stessi dati dell’Istat, il tasso di disoccupazione, cioè si è ridotta la quota di persone che sono alla ricerca di un impiego. Questo non significa che sia cresciuto il numero degli occupati (come vanno gloriandosi gli esponenti del centrodestra). Il dato è dovuto ad una contrazione del tasso di attività. È calata, spiega lo studioso, la percentuale di popolazione in età compresa tra 15 e 64 anni presente sul mercato del lavoro. Ma perché è calata? Non certo perchè si siano disamorati del lavoro e amino improvvisamente l’ozio creativo caro al professor Domenico De Masi. No, calano perché molti di loro si sono stancati di denunciare la propria condizione, di compilare curriculum, hanno perso la speranza di trovare una soluzione lavorativa. E magari sono affondati nel lavoro nero. Fatto sta che oggi oltre un terzo delle persone in età da lavoro in Italia è inattiva. Nel 2004 erano 14.389.000 con un aumento di 248.000 unità rispetto al 2003. Questo esercito di inattivi che non ha un impiego e nemmeno lo cerca più, rappresenta un primato per l’Italia di cui l’attuale governo non dovrebbe gloriarsi. Sono il 37,5% della popolazione che sta tra i 15 e i 64 anni. E tale percentuale è assai superiore a quella dell’Unione europea, pari, infatti, al 30,7% (calcolando 25 Paesi). L’Italia sta cinque punti al di sopra.

            Nella recente assemblea della Banca d’Italia lo stesso Governatore Antonio Fazio, pur dando per buono quel nominale aumento dell’occupazione (reso possibile dal fatto che sono calati coloro che denunciano il proprio stato di disoccupazione), ha ammesso che manca “un’espansione vigorosa dell’attività produttiva” e che si sono sviluppate tipologie di lavoro meno stabili e con livelli retributivi inferiori, con “nuovi lavoratori in attività marginali”.

              E siamo così al punto di partenza. Quello di un Paese che rischia di andare a rotoli. Anche per questo è apparsa lunare, lontana dai problemi della gente o perlomeno poco comprensibile, la discussione che ha scosso i sindacati nei giorni scorsi allorché il governo ha sfrontatamente proposto non di concordare un qualche intervento di fronte all’allarmante stato delle cose, bensì di aprire un maxi negoziato onde dar vita ad “un nuovo modello contrattuale” al posto del famoso accordo del 1993. Un tema serio, certo, quello delle regole contrattuali. Ma davvero è la cosa più urgente da proporre oggi? Con le fabbriche che chiudono, i contratti che non vengono rinnovati e la fatica per tanti di sbarcare il lunario?
              Il rischio è quello che prenda corpo l’immagine lanciata dal presidente della Confindustria Luca di Montezemolo quando ha paragonato le parti sociali ai polli di Renzo Tramaglino, nei “Promessi sposi” del Manzoni, intenti a beccarsi tra loro pochi istanti prima di finire in pentola. Solo che poi lo stesso Montezemolo ha dato il suo contributo a questi litigi tirando fuori a sua volta l’urgentissima necessità della riforma contrattuale.

                La verità è che sarebbe necessario fissare una scala di priorità e mantenerla. È quello che sembra voler fare la “Fabbrica del Programma” annunciando a Bologna, con Romano Prodi, una discussione su “buona occupazione in tempi di flessibilità”. Saranno discusse le “possibili misure da prendere per dare risposte alle domande di sicurezza e dignità professionale legate alla crescente rilevanza del lavoro atipico e sommerso”. Ecco, è da tali questioni che è il caso di ripartire, superando polemiche fra stati maggiori – in politica e nei soggetti sociali – che spesso rischiano di seminare solo sfiducia.