“Commenti&Analisi” L’imbroglio delle retribuzioni contrattuali(N.Cacace)

06/09/2004

            sabato 4 settembre 2004

              L’imbroglio delle retribuzioni contrattuali

              Nicola Cacace

              Mentre l’Istat comunicava correttamente che “l’aumento delle retribuzioni contrattuali, da contratti collettivi nazionali relativamente a 13 milioni di lavoratori dipendenti con rapporto di lavoro a tempo indeterminato ed a tempo pieno, era stato del 2,8% nel primo semestre 2004 rispetto al primo semestre 2003” il sottosegretario Sacconi affermava, scorrettamente, che “i dati Istat confermano un andamento delle retribuzioni nettamente superiore all’inflazione”.

              Premetto che l’Istat ha fornito anche il dato relativo al mese di luglio, +3,2% rispetto al luglio 2003, che qui non considero perché non rappresentativo data la natura molto ballerina dei dati mensili. A parziale scusante dell’on. Sacconi, che non perde occasione di stonare fuori dal coro, aggiungo che i media hanno agevolato lo scivolone dell’attivo sottosegretario con titoli fuorvianti sia a destra, del tipo “i salari battono i prezzi” del Sole 24 ore, come a sinistra “l’Istat dà i numeri al lotto” di Repubblica. Come cercherò di argomentare né l’Istat dà numeri al lotto (a patto di leggere sino in fondo il lunghissimo e farraginoso comunicato stampa), né i salari battono i prezzi, tutt’altro.

                L’aumento del 2,8% calcolato dall’Istat in base anno è una media degli aumenti contrattuali di circa 13 milioni di lavoratori dipendenti “con contratti collettivi nazionali di lavoro in vigore o scaduti”. Perché solo 13 milioni e non più di 17 milioni che è l’attuale totale di lavoratori dipendenti secondo l’Istat? Per almeno due motivi, perché il campione dell’Istat risale a quattro anni addietro (dicembre 2000) e perché l’Istat considera solo i dipendenti (dirigenti esclusi) a tempo pieno e con contratto di lavoro a tempo indeterminato.

                Se si considerano anche i 4 milioni di parasubordinati e/o a tempo parziale, che l’Istat non considera, come ammette correttamente, l’aumento delle retribuzioni contrattuali del 2,8% si abbassa a qualcosa tra il 2% e poco più. A meno di non pensare che gli aumenti contrattuali dei parasubordinati siano stati pari o superiori a quelli dei lavoratori più tutelati.
                Ma questo non basta. Parlare come fanno molti media e l’on. Sacconi di “salari che battono i prezzi” è una bufala. Prima perché, come dimostrato, questo non è vero neanche per le retribuzioni contrattuali nazionali aumentate mediamente meno dell’inflazione (2% contro il 2,3, prendendo per buono il dato Istat). Secondo perché una cosa sono le retribuzioni contrattuali nazionali e un’altra sono le retribuzioni in busta paga poichè, come è noto agli esperti ma non solo, in periodi di vacche magre la busta paga cresce in percentuale meno dei salari contrattuali nazionali. La differenza si chiama “wage drift” e le relative teorie consentono ragionevolmente di affermare che, coi tempi che corrono, se le retribuzioni contrattuali sono cresciute intorno al 2%, le retribuzioni aziendali avranno con difficoltà superato l’1% di aumento in base anno. Last but not least, se si vuole correttamente parlare di salari reali e non solo di salari nominali, oltre l’inflazione c’è da considerare l’aumento di ricchezza reale cui anche i lavoratori dipendenti dovrebbero in qualche modo partecipare, a livello nazionale o più correttamente a livello aziendale, dove e se si crea maggior ricchezza.

                Il Pil è aumentato solo dello 0,3% l’anno scorso e, forse l’1% o poco più quest’anno? Bene, anzi male. Ma non malissimo se di questo povero aumento di ricchezza i lavoratori dovessero sentire almeno l’odore.

                Come sembra facciano sperare le avances dei nuovi leader della Confindustria ed i tentativi delle organizzazioni sindacali di trovare una posizione comune sulle politiche contrattuali.