“Commenti&Analisi” L’idillio sociale inciampa su contratti e rappresentanza (M.Unnia)

19/05/2004



 
 
 
 
ItaliaOggi
Numero 119, pag. 1 del 19/5/2004
Autore: di Mario Unnia
 
L’idillio sociale inciampa su contratti e rappresentanza
 
 
Lo stile di Roberto Maroni è esattamente l’opposto di quello di Umberto Bossi. Mentre il segretario della Lega ama i toni forti, le minacce, gli ultimatum, cui spesso fa seguito la resa, il ministro del welfare parla in modo pacato, sdrammatizza, dà segni di attenzione e di considerazione per l’interlocutore. Al suo attivo l’aver portato con determinazione al voto finale una riforma delle pensioni seppur modesta, il massimo che passa la Casa delle libertà. Di fatto, dietro questa amabilità del tratto si cela un tenace giocatore che ama mettere in difficoltà gli avversari e gli alleati, con mosse tattiche che si inquadrano in una strategia ben definita.

Maroni ha vissuto la stagione delle relazioni industriali caratterizzate dai due presidenti, Berlusconi al governo, D’Amato alla Confindustria, che hanno accantonato la concertazione e ostacolato l’unità sindacale. Anzi, hanno proposto degli accordi non unanimistici e mirato alla competizione tra i sindacati. Su questa opzione ci sono pareri diversi, alcuni la considerano un errore, altri una buona scelta: ma non è questo il punto.

Tornando al ministro Maroni, c’è da domandarsi come valuti questo nuovo clima di relazioni industriali che, dopo l’elezione di Montezemolo alla presidenza di Confindustria e dopo la tregua nelle vertenze Fiat e Alitalia, prospetta una stagione di ritrovata concordia tra le parti sociali e una gran voglia di collaborare. A parole ha espresso auspici pre-elettorali, ma probabilmente la sua opinione è diversa: stupirebbe se avesse abbracciato acriticamente la riedizione del metodo concertativo, con quel che segue nel rapporto con i sindacati. La spia di questa probabile scelta è costituita da due dichiarazioni recenti del ministro. La prima riguarda l’ipotesi, da lui formulata, di riconoscere i Cobas e altre sigle minori come soggetti sindacali a tutti gli effetti, ponendo in questo modo una questione delicata, quella della rappresentanza dei lavoratori. La seconda riguarda l’assetto contrattuale, e la preferenza indicata per un decentramento che tenga conto delle diversità territoriali che influenzano i livelli salariali e le condizioni di lavoro.

Ora, si sa che rappresentanza e assetto contrattuale sono argomenti assai delicati, sia per le orecchie sindacali sia per quelle padronali. Ecco alcune questioni che assillano i protagonisti delle relazioni industriali. Per quanto riguarda la rappresentanza, ci si chiede chi rappresenta i lavoratori: solo le grandi sigle o anche quelle minori; come si verifica la reale rappresentatività delle sigle; come si verifica la volontà dei lavoratori, prima, durante e dopo la chiusura delle vertenze. Per quanto riguarda l’assetto contrattuale: lo si lascia su due livelli, un contratto nazionale e uno aziendale, per chi lo vuole, o se ne crea un terzo, territoriale; questo terzo deve essere alternativo a quello aziendale, o si aggiunge a quello locale e diventa obbligatorio; e quando diciamo locale, intendiamo il territorio, o il distretto industriale, o la filiera produttiva, o altro ancora. Le alternative sono varie e non trovano d’accordo i protagonisti.

Le tre confederazioni sindacali non vogliono sentir parlare del riconoscimento delle sigle minori, e tanto meno dei Cobas, ma per quanto riguarda la rappresentanza la Cgil è disposta a qualsiasi nuovo criterio purché non intacchi la sua maggioranza, mentre Cisl e Uil temono metodi di conteggi e di verifiche che le mettano in difficoltà. Al contrario, sull’assetto contrattuale, Cisl e Uil sono favorevoli al decentramento, mentre la Cgil difende tenacemente il contratto nazionale ed è disposta a marginali concessioni alla negoziazione territoriale e aziendale, dietro le quali vede lo spauracchio delle gabbie salariali e della manipolazione padronale.

Sul fronte delle imprese le cose non sono molto diverse. In generale si preferirebbe avere a che fare con poche sigle, ma la realtà impone di prenderne atto e di comportarsi di conseguenza. Una vertenza innescata da minoranze sindacali non riconosciute rischia di avere uno sviluppo destabilizzante per l’impresa e per un intero comparto di imprese, come i recenti episodi hanno dimostrato. Dunque l’oligopolio della rappresentanza può presentare degli svantaggi, di questo gli imprenditori sono consapevoli pur non avendo opinioni comuni al riguardo. Analogamente, la differenziazione territoriale dei contratti crea dissenso nel padronato: la nascita di un terzo livello contrattuale tout court che si aggiunge a quello nazionale e aziendale è vista come un aggravamento di costi e di burocrazia. Quanto alla modulazione dei tre livelli, le imprese che operano su più territori, e che sono molto diversificate, quindi le grandi e le medio-grandi, preferiscono avere mano libera, mentre le piccole insediate in un solo territorio preferiscono regole semplici e vincolanti. Difficile accontentare tutti.

Venendo quindi al ministro Maroni, la domanda è questa: perché ha voluto portare l’attenzione su due temi caldi, con il rischio di rompere il clima di seppur generica volontà di collaborazione tra le parti? Certamente c’è un’intenzione nel ministro, ed è quella di ricordare che i problemi ci sono, e che su questi andrà verificata la volontà dei soggetti. Ma c’è forse qualcosa di più. Il potere politico può trarre vantaggio dalla sintonia tra le parti sociali e quindi può avere interesse alle loro unità interne, e alle loro convergenze di interessi. Al tempo stesso però non può esserne condizionato: le decisioni del governo non possono dipendere degli accordi corporativi tra soggetti sociali forti. Per molte ragioni il potere politico deve perseguire il ´divide et impera’ se vuole riservarsi il ruolo risolutivo del conciliatore. Questa ipotesi sulle intenzioni di Maroni non significa una sua nostalgia della passata stagione di relazioni industriali, ma neppure la esclude. Aspettiamo la prossima dichiarazione del ministro.