“Commenti&Analisi” Liberalizzare i servizi per crescere davvero (T.Boeri)

13/12/2004

    lunedì 13 dicembre 2004

      DAL ‘95 A OGGI L’OCCUPAZIONE E’ AUMENTATA SOLO GRAZIE AI CONTRATTI A TERMINE. PRODUTTIVITA’ AL PALO
      Liberalizzare i servizi per crescere davvero

        di Tito Boeri

        IN quella che si annuncia come una lunghissima campagna elettorale, è probabile che sia il centro-destra che il centro-sinistra cercheranno di appropriarsi di quei quasi due milioni di posti di lavoro che sono stati creati nel nostro paese dal 1995 ad oggi. Sarebbe meglio che le energie intellettuali dedicate a tracciare bilanci delle ultime due legislature venissero dedicate a porsi due domande fondamentali. Primo, possiamo continuare ad avere crescita dell’occupazione senza crescita economica? E, nel caso di risposta negativa, cosa si può fare per tornare a crescere?

          Partiamo dalla prima domanda. La crescita dei posti di lavoro senza crescita dell’economia cui abbiamo assistito negli ultimi anni rischia di essere un dono effimero: non solo non possiamo pensare di continuare a creare posti di lavoro con una produttività del lavoro che diminuisce, ma rischiamo di vederli presto diminuire. Uno dei fattori principali della crescita dell’occupazione è stato, infatti, l’aumento dei contratti a tempo determinato e di altre tipologie contrattuali che consentono maggiore flessibilità in uscita al datore di lavoro. Il grafico documenta la crescita della quota dei contratti a tempo determinato sull’occupazione dipendente e, al contempo, la diminuzione della loro conversione in contratti a tempo indeterminato, stimata collegando informazioni riferite allo stesso individuo nel corso del tempo, sulla base delle indagini forze lavoro svolte dell’Istat. Perché l’occupazione aumenta inizialmente quando si creano contratti più flessibili? E’ quello che tecnicamente si definisce come un effetto di aggiustamento degli stock. I datori di lavoro tendono, infatti, a crearsi una specie di «cuscinetto di aggiustamento», una valvola di sfogo nel caso le cose dovessero mettersi male. Quando ciò dovesse avvenire, infatti, saranno soprattutto questi lavoratori a perdere il posto. Per fortuna non siamo ancora entrati in una recessione, ma quando, prima o poi, questo avverrà, è legittimo aspettarci di vedere più posti di lavoro distrutti che in passato, semplicemente perché molti contratti a tempo determinato o altre figure contrattuali flessibili non verranno rinnovate alla scadenza. Dunque meglio non dormire sugli allori e passare alla seconda domanda, quella relativa alla crisi di competitività del nostro sistema economico

            Mentre noi siamo al palo, il resto del mondo galoppa. Per sperare di poter agganciare la ripresa mondiale abbiamo bisogno di ridurre il ritardo che, purtroppo, stiamo sempre più accumulando nei confronti degli Stati Uniti in termini di «produttività strutturale» del lavoro. Si tratta di quel livello di produttività che prevarrebbe in Italia se dovessimo avere lo stesso grado di utilizzo della forza lavoro che oggi prevale negli Stati Uniti. Il fatto è che quando aumenta l’occupazione o aumentano le ore lavorate si tende a ridurre la produttività oraria del lavoro, sia perché entrano nel mercato del lavoro persone che hanno poca esperienza lavorativa, sia perché un utilizzo più intensivo del lavoro tende ad abbassarne la produttività oraria. Anche la creazione di «cuscinetti di aggiustamento» negli organici di un’impresa tende ad abbassare la produttività del lavoro. Si assumono, infatti, lavoratori più facili da licenziare facendo aumentare, almeno temporaneamente, il numero di lavoratori, senza che nel frattempo magari l’impresa stia aumentando la produzione. Secondo le stime dell’Ocse, oggi la produttività strutturale del lavoro in Italia è oggi pari all’80 per cento di quella degli Stati Uniti. L’unico grande paese dell’Europa continentale che sembra essere tornato a crescere, la Francia, ha una produttività strutturale del lavoro pari al 96 per cento di quella degli Stati Uniti.

            Come si può far aumentare la produttività strutturale del lavoro? Bisogna liberalizzare i servizi. La competizione nei servizi spinge all’adozione di tecnologie a più alto utilizzo delle nuove tecnologie e questo migliora l’efficienza anche nel settore manifatturiero, che è un grande utilizzatore di servizi. C’è, in altre parole, una specie di «doppio dividendo» legato alla liberalizzazione dei servizi: da una parte, aumenta l’efficienza nei servizi per tutti, a partire dai cittadini, dall’altra migliora la produttività degli altri settori, quali il manifatturiero, che fanno ampio utilizzo di questi servizi, permettendo loro di guadagnare quote di mercato. Diversi studi mostrano che i paesi che hanno liberalizzato di più i servizi investono di più, alimentano un più forte interscambio nei servizi (che aumenta a sua volta la concorrenza e migliora la qualità dei servizi a disposizione dei cittadini) e investono di più anche in ricerca e sviluppo. E, in questo modo, si potrebbe anche continuare a creare posti di lavoro senza far diminuire la produttività. Al contrario, incremento dei posti di lavoro e della produttività potrebbero procedere di pari passo. Negli Stati Uniti i servizi coprono oggi i tre quarti del prodotto interno lordo; da noi solo due terzi. Servizi più competitivi avrebbero un mercato più vasto, dunque più lavoratori, e farebbero aumentare la produttività dell’intera economia. Rimane allora un solo quesito da porsi, ma lo lasceremo ai politici che si succederanno nelle troppe tribune e querelle elettorali. Perché le liberalizzazioni dei servizi, tanto decantate anche nell’ultimo Documento di Programmazione Economica e Finanziaria, non sono state fatte?