“Commenti&Analisi” L’Europa risolva il bipolarismo delle professioni (G.Viciconte)

11/11/2004


    giovedì 11 novembre 2004

    DILEMMA. DIFENDERE GLI ORDINI O SOSTENERE LE LIBERE ASSOCIAZIONI?

    L’Europa risolva il bipolarismo delle professioni
    di GAETANO VICICONTE

    E’ facile che un osservatore del dibattito in corso sulla disciplina delle professioni registri il verificarsi di un recente mutamento di prospettiva. Oggi ci si interroga meno sulla legittimità dell’equiparazione tra professionisti e imprese e molto di più sulle conseguenze che discendono da tale equiparazione. Questo è certamente il senso della disputa in corso tra i fautori del superamento del modello di regolamentazione incentrato sugli Ordini e i sostenitori di un cambiamento più graduale nel rispetto delle specificità delle singole professioni. Tra i primi devono annoverarsi Francesco Giavazzi e Geminello Alvi che dalle pagine del Corriere della sera sono intervenuti anche di recente, da un lato, per ribadire la tesi secondo cui il sistema anglosassone di autoregolamentazione mediante libere associazioni dei professionisti, non istituite per legge, garantisce agli utenti un maggior rispetto della deontologia da parte dei professionisti stessi. Dall’altro lato, per sottolineare le storture del mercato soprattutto con riferimento a farmacisti e notai, invocando l’adesione ai principi di tutela della concorrenza elaborati dall’Unione europea.

    Mentre, invece, la difesa degli ordini professionali, pur rimarcando l’esigenza di un loro ammodernamento, viene riaffermata, in particolare dai sostenitori del progetto governativo di riforma delle professioni, i quali rivendicano la peculiarità organizzativa delle professioni tradizionalmente regolamentate, auspicando l’introduzione di un sistema binario ordini-associazioni, con introduzione del modello associativo solo per le professioni non inquadrabili nell’attuale regime ordinistico.


    Molto distanti si presentano, in ogni caso, le posizioni delle due richiamate correnti di pensiero su alcuni istituti fondamentali della disciplina delle professioni, come, ad esempio, l’accesso, l’obbligatorietà delle tariffe, i divieti di pubblicità, le società professionali. Tuttavia, mentre ormai alcuni privilegi cominciano ad essere considerati anacronistici, è pur vero che il nostro dibattito interno non pare aver correttamente valutato le istanze di liberalizzazione che provengono dall’Unione europea. In realtà, a un attento esame delle posizioni assunte in quella sede, si riscontrano nuovamente due distinti orientamenti: il primo che finora ha fatto capo alla Commissione europea, di chiaro segno liberista; il secondo elaborato dalla Corte di giustizia, invece, molto più sensibile alla peculiarità di talune professioni, tra cui quella forense, in ragione dei particolari interessi su cui è destinata a incidere. In particolare, da parte della Commissione è in corso l’indagine sulle professioni promossa da Monti che dovrà sfociare nel 2005 nella redazione di un progress report, il cui obiettivo dovrebbe essere quello di chiarire se l’attuale regolamentazione delle professioni costituiscano o meno vincoli restrittivi all’esplicazione della libera concorrenza. Da parte della Corte di Giustizia, invece, giungono segnali di diverso tenore. In due situazioni sottoposte al suo esame, quello delle tariffe professionali degli avvocati italiani e quello delle società interprofessionali olandesi, la risposta della Corte è stata nel senso di valorizzare le peculiarità della professione forense rispetto alle esigenze di liberalizzazione del mercato. Nel primo caso, con la sentenza Arduino del 19 febbraio 2002, la Corte si è pronunciata per la compatibilità del sistema tariffario forense italiano con la disciplina europea sulla concorrenza, dopo che in una precedente sentenza del 1998 aveva ritenuto, invece, in contrasto con siffatta disciplina le tariffe degli spedizionieri doganali italiani, considerate il frutto di un accordo tra imprese diretto ad imporre agli utenti costi uniformi per le prestazioni, in violazione dei principi del libero mercato. Nel secondo caso, con la sentenza Wouters, sempre del 19 febbraio 2002, la Corte si è pronunciata sul divieto di costituire società interprofessionali tra avvocati e revisori dei conti previsto dalla legislazione olandese di settore, ritenendo tale divieto necessario perché altrimenti potrebbe essere compromesso il segreto professionale legato al corretto esercizio della professione forense.


    Si tratta evidentemente di due punti in favore del partito della specificità delle regolamentazioni professionali, anche se si preannunciano nuovi interventi in favore dell’orientamento volto alla liberalizzazione, in conseguenza della recente entrata in vigore del regolamento comunitario n.1/2003, che attribuisce alle autorità nazionali garanti della concorrenza e ai tribunali nazionali il potere di decidere direttamente della compatibilità di accordi o decisioni anti-concorrenziali.


    La realtà è che il sistema generale dei servizi è centrale nell’economia europea. Secondo i dati Eurostat del 2002 i servizi rappresentano il 54% del Pil e il 67% della forza lavoro, con esclusione dei servizi sociali e della pubblica amministrazione, rappresentando il motore principale della crescita Ue. Per tale ragione la Commissione ha adottato una proposta di direttiva sui servizi nel mercato interno che si applica anche ai servizi professionali ed è basata su un insieme di mutuo riconoscimento, di cooperazione amministrativa, di armonizzazione se necessario, nonché di incoraggiamento all’autoregolamentazione. Con riferimento alle professioni regolamentate, è già, peraltro, in discussione la proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali adottata dalla Commissione nel marzo 2002.


    Lo scenario di riferimento, dunque, non può che essere quello europeo, dove si adotteranno le scelte fondamentali sulla materia, con il rischio che il nostro dibattito interno, si areni su dispute ideologiche o, nella migliore delle ipotesi, produca testi normativi che rischiano poi di essere superati dalle scelte che si compiranno in sede europea.


    Tuttavia, la vera partita tra il modello associativo di tipo anglosassone e quello ordinistico di tipo continentale non si gioca solo in Italia, ma soprattutto in Europa, sia a livello legislativo sia a livello di interpretazione giurisprudenziale. Il concreto pericolo è costituito dal mantenimento di un sistema di regole eterogenee e differenziate nell’ambito dei singoli paesi dell’Unione che finirebbe inevitabilmente per favorire il fenomeno del rush to the bottom ovvero la concentrazione dei prestatori di servizi professionali nei paesi laddove vi è minore regolamentazione, i quali godrebbero, in ogni caso, del beneficio della libera circolazione. La rilevanza degli interessi implicati, come, tra l’altro, la salute o il diritto alla difesa, in realtà, dovrebbe farci propendere per un migliore ordine giuridico del mercato.