“Commenti&Analisi” L’equivoco sui diritti, il boomerang del voto – di G.Baglioni

20/01/2003




Sabato 18 Gennaio 2003

ANALISI
L’equivoco sui diritti, il boomerang del voto


DI GUIDO BAGLIONI

Dopo l’ammissione della Corte costituzionale del referendum sull’articolo 18, la grande maggioranza dei politici e dei commentatori si è schierata contro. Sembra quasi che la responsabilità dell’estensione di tale articolo riguardi solo i suoi proponenti. In effetti, molta responsabilità va fatta risalire a quanti – nella Cgil e fuori di essa – hanno ingaggiato nel 2002 una lotta generale e quasi drammatica (parlando, ad esempio, di un pericolo per la democrazia) a difesa dell’articolo 18, ritenuto intoccabile. La ragione suddetta per accendere e sostenere la lotta (che come tutti sanno, aveva pregnanti aspetti politici) è stata individuata nel fatto che l’articolo 18 rappresenterebbe un diritto fondamentale. Quella dei diritti sembra sia la strategia di fondo della Cgil: ancora recentemente, settembre 2002, in un convegno in argomento la relazione introduttiva diceva che «l’estensione dei diritti è l’elemento tipico e caratterizzante ogni proposta sia della Cgil che del Centro-sinistra» (Supplemento di Rassegna sindacale del 24 dicembre 2002). I diritti, in questo caso i diritti sociali, hanno un nocciolo non modificabile ma, ugualmente, contengono aspetti che possono essere rivisti per la loro applicazione in tempi diversi da quelli iniziali. Si pensi al diritto di sciopero, che «si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano» (articolo 40 della Costituzione). Ma il punto è un altro. L’articolo 18 non si configura, storicamente e praticamente, come un diritto. Se così fosse, come molti osservano, andrebbe coerentemente esteso a tutti gli occupati. L’articolo 18 si configura come una tutela, come uno degli istituti che contribuiscono alla regolazione legislativa o sindacale del rapporto di lavoro. Esso, quindi, è negoziabile e modificabile, tanto più se pensiamo ai cambiamenti dei rapporti di lavoro e delle relazioni industriali dopo gli anni 70. Non bisogna confondere la difesa del posto di lavoro con la sicurezza del lavoro: la ricerca di sicurezza (occupazione, reddito, welfare, formazione professionale) può essere conseguita con altre molteplici vie; come l’aumento della popolazione in attività, un buon funzionamento del mercato del lavoro, consistenti ammortizzatori sociali, cospicui risarcimenti come possibile alternativa alla reintegrazione. Concludo con due considerazioni che svelano l’anacronismo dell’intera vicenda. Nei sostenitori dell’articolo 18 prevale nettamente la percezione che i diritti sociali siano qualcosa che può essere considerato senza tener conto delle loro implicazioni economiche e occupazionali; le quali, se negative, colpiscono i lavoratori non meno di altri. La raffigurazione del rapporto di lavoro, che ne deriva, sembra costruita sulla indifferenza od ostilità tra dipendenti e impresa, senza ricordare che le relazioni di lavoro sono assai diversificate; composte da conflitti, scambi, collaborazione; comprendono una forza lavoro per niente omogenea, con esigenze diverse e con una buona tutela per i più deboli; le esigenze dell’impresa sono legittime come quelle dei lavoratori perché dovute alla funzione e agli interessi dell’imprenditore e perché normalmente portano lavoro e ricchezza. Se l’Italia ha perso posizioni (non solo economiche) rispetto a molti altri Paesi, la vicenda dell’articolo 18 ha dato il suo modesto ma non insignificante contributo.