“Commenti&Analisi” Legge Biagi, una svolta (M.Tiraboschi)

11/10/2004


            domenica 10 ottobre 2004

            sezione: – pag: 1 e 4
            Legge Biagi, una svolta

            DI MICHELE TIRABOSCHI
            Il documento di analisi e proposte inviato dal segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, a Romano Prodi e a tutti i leader dei partiti della opposizione ha un in dubbio merito. Quello della chiarezza. Il contributo della Cgil alla definizione di un programma di Governo per la prossima legislatura, alternativo a quello della Casa delle libertà, non si limita infatti a un rituale, quanto per la verità generico, richiamo ai temi del lavoro, dei suoi diritti e della sua centralità sociale.
            Il rifiuto dell’impianto istituzionale e del modello sociale del Centro-destra si traduce,
            piuttosto, in una contrapposizione radicale che, finalmente, fa piazza pulita delle tante sfumature e dei troppi sottili distinguo che hanno sino a oggi caratterizzato il dibattito all’interno della coalizione dell’Ulivo. Una contrapposizione che, nell’escludere in radice la possibilità di ogni forma di mediazione e confronto con la progettualità e i valori della attuale coalizione di governo, ha come unica possibile conseguenza l’abrogazione sic et simpliciter delle riforme del Governo Berlusconi.
            E quindi la cancellazione della riforma Biagi del mercato del lavoro, della Bossi-Fini in materia di immigrazione e della Moratti sulla scuola.

            Apparentemente meno drastico è solo il giudizio sulla riforma Maroni delle pensioni, per la quale si chiede tuttavia una sostanziale revisione.

            Vi sarebbe invero da discutere a lungo, e nel merito delle singole soluzioni tecniche, se le citate riforme siano realmente espressione di un modello neo-liberale e classista che fa del lavoro una merce e che, al contempo, rinnega i principi di uguaglianza e solidarietà solennemente enunciati nella nostra Carta costituzionale. Ma non è questo il punto perché il giudizio, perentorio e senza tema di smentite, della Cgil è esclusivamente politico e come tale va valutato. Poco importa, infatti, la circostanza che molte di queste riforme abbiano carattere tecnicamente sperimentale e prevedano, dopo una prima fase di messa a regime, una verifica sostanziale in Parlamento e con le parti sociali sulle conseguenze della loro attuazione al fine di una loro eventuale correzione.

            Così come poco rilevano i primi dati, da prendere ovviamente con le molle data la complessità dei processi in atto, sul reale impatto economico e sociale di queste riforme. Dati che segnalano un quadro tutto sommato rassicurante, anche ma non solo nel confronto con le altre economie occidentali, in quanto caratterizzato da un aumento significativo del lavoro stabile e del lavoro femminile, da una sostanziosa riduzione dell’economia sommersa, da una drastica riduzione delle forme di lavoro temporaneo e, v’è da aggiungere, anche dai primi timidi sintomi di miglioramento dei canali educativi e formativi che preludono all’accesso a un lavoro regolare e di qualità. Sull’arena politica non è infatti questo che conta, ma semmai il ricorso a slogan accattivanti — come quelli della mercificazione, del declino e della precarizzazione — che hanno facile presa sulla gente in carne e ossa anche a costo di fare di ogni erba un fascio.

            È sufficiente, a questo proposito, un primissimo sondaggio della Nidil-Cgil di Milano, che interessa ben 985 (novecentottantacinque!) co.co. co., per porre la pietra tombale sugli sforzi, certo non facili e di immediata percezione, che sono stati fatti per bonificare il nostro mercato del lavoro dalle collaborazioni fasulle e da quelle forme di precarizzazione che, nel negare diritti ai lavoratori, si traducono poi in forme di concorrenza sleale tra le imprese e in un drastico impoverimento della dotazione di capitale umano del nostro sistema produttivo. Vi sarebbero, invero, ampi margini per concorrere a un’eventuale revisione della recente disciplina delle co.co.co. e delle altre forme contrattuali, sia in sede di verifica della legge Biagi prevista entro aprile 2005 sia nel tavolo sullo "Statuto dei lavori"; ma chiedere la cancellazione pura e semplice della riforma del mercato del lavoro ha un solo significato. Quello di chiudere definitivamente la porta del dialogo e del confronto.

            Ma è proprio perché eminentemente politico che il documento messo a punto dai segretari confederali della Cgil è particolarmente meritorio. Non solo e non tanto perché incalza pesantemente il Governo a una precisa assunzione di responsabilità nella messa a regime e nel completamento delle riforme e prima ancora nella valutazione, secondo parametri di rilevazione condivisi e realistici, della efficacia e sostenibilità sociale delle misure sin qui varate. Soprattutto, la posizione assunta dalla Cgil è uno stimolo per le forze riformiste della opposizione e anche per la Cisl e la Uil a uscire definitivamente allo scoperto e a chiarire, senza far questa volta ricorso alla nobile arte del politichese e del sindacalese, da che parte intendono stare.

            La domanda a cui rispondere è una sola ed è a questo punto ineludibile. Il nostro Paese ha davvero bisogno di un progetto politico e valoriale radicalmente alternativo a quello espresso dal Governo di Centro-destra sui temi del lavoro e della economia, sino al punto di farne tabula rasa e ripartire da zero, o non è invece il caso di mettere a punto tutti gli interventi correttivi e integrativi che si rendano via via necessari per portare a termine un processo di innovazione che, a ben vedere e pur non senza qualche contraddizione, trova il suo punto di inizio nelle riforme varate proprio dal Governo Prodi solo qualche anno fa?