“Commenti&Analisi” Legge Biagi a tempo di primato (M.Tiraboschi)

10/10/2003



      Venerdí 10 Ottobre 2003

      IN PRIMO PIANO
      Legge Biagi a tempo di primato
      DI MICHELE TIRABOSCHI

      Le insinuazioni che hanno accompagnato l’iter del decreto legislativo di attuazione della legge Biagi sono state smentite dai fatti. Esperti del lavoro o presunti tali, che già parlavano con ostentata agitazione della «riforma che non c’è», non solo sono incappati in un clamoroso abbaglio, ma hanno anche dimostrato scarsa dimestichezza con le tecniche di produzione del diritto. Approvato il 31 luglio dal Consiglio dei ministri, il decreto è poi passato alla Presidenza della Repubblica da dove è uscito, dopo una scrupolosa valutazione, il 10 settembre. Meno di un mese e il testo — ritornato al ministero del Lavoro e poi, come da procedura,
      passato a quello della Giustizia — è stato tempestivamente pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale».
      Considerata la pausa estiva si tratta di tempi record
      o quasi, così come straordinariamente brevi (meno di cinque mesi) sono stati i tempi di attuazione della delega.
      Se poi il (presunto) ritardo si riferisce al lasso di tempo passato dalla pubblicazione del Libro
      Bianco alla sua (parziale) articolazione in un testo normativo, lo sconcerto è ancora maggiore.
      Si dovrebbe quantomeno avere il buon gusto di ricordare — oltre l’ostruzionismo della opposizione in Parlamento e la situazione di forte tensione sociale culminata in due scioperi generali — i sanguinosi eventi che hanno accompagnato e rallentato l’iter della riforma nel passaggio dalla presentazione della "proposta" alla sua attuazione
      in un testo di legge.
      Del resto, ci siamo già dimenticati il lungo iter di approvazione del "pacchetto Treu"?
      I due corposi disegni di legge di riforma del mercato del lavoro presentati nel lontano 1995
      dall’allora ministro del Lavoro, Tiziano Treu, sono stati parzialmente recepiti in un testo di legge solo nel 1997, nonostante un clima di relazioni industriali
      sicuramente più sereno e collaborativo di quello attuale. Di quei due testi, che prevedevano un’ambiziosa riforma del lavoro a tempo parziale e delle forme di lavoro temporaneo, dei contratti a contenuto formativo e dei servizi per l’impiego,
      nonché l’introduzione di nuove tipologie come il lavoro a coppia, cosa è rimasto se non il solo lavoro interinale? Uno strumento utile, importante per riattivare il nostro mercato del lavoro, che però riguarda solo una percentuale ridotta della forza-lavoro, meno del 2 per cento nel complesso.
      La legge Treu, a differenza della legge Biagi, non era una legge delega al Governo. Ciò nonostante la sua concreta operatività è stata rinviata di vari mesi se non di anni. Tre soli esempi. Il lavoro interinale, previsto dall’accordo Giugni del 1993 e disciplinato dal pacchetto Treu, è diventato operativo solo nell’aprile del 1998, grazie a una intesa interconfederale che ha indicato i casi di ricorso
      a questa forma di lavoro. La riforma dei contratti di (molto) lavoro e (poca) formazione, prevista nel pacchetto Treu, non è mai stata realizzata e si
      provvede solo oggi, con grave ritardo, con il decreto di attuazione della legge Biagi. La riforma
      dei servizi per l’impiego, infine, è stata sì avviata nel
      1997, ma mai messa a regime per macroscopici errori normativi e gestionali, tanto e vero che solo con il decreto del dicembre dello scorso anno è stato abolito il sistema delle liste e rivoluzionato il monitoraggio dello stato di disoccupazione.
      Vero è che manca nel nostro Paese una cultura riformista. Una cultura pragmatica e valoriale, attenta più ai profili sostanziali che a quelli formali.
      Ampia dimostrazione di ciò è l’atteggiamento maniacale — ai limiti del morboso — con
      cui viene sviscerata la riforma delle collaborazioni coordinate e continuative. L’obiettivo è creare confusione e incertezza, perché questo è l’unico modo per far fallire un progetto volto a rendere più equo e trasparente il nostro mercato del lavoro.
      Chi è convinto che le co.co.co. nascondano nella stragrande maggioranza dei casi, e neppure troppo velatamente, forme di precariato e di sfruttamento
      del lavoro dovrebbe sostenere con vigore una riforma che ha come unico obiettivo quello di
      portare certezza nei rapporti di lavoro.
      Le co.co.co. sono, infatti, indice dell’elevato livello di ipocrisia di un mercato del lavoro come il nostro, rigido con i deboli e gli onesti, ma alquanto generoso con i più furbi. Dove sta scritto che non si potranno più fare, d’ora in poi, collaborazioni coordinate e continuative? Quello che il decreto chiede è, molto più semplicemente, che le co.co.co rappresentino, come già oggi dovrebbe essere, una forma genuina di lavoro autonomo. Per verificare che si tratta di una collaborazione resa senza vincolo di dipendenza, il decreto chiede che il contratto sia riconducibile a uno o più progetti
      specifici, programmi di lavoro o fasi di esso, determinati dal committente e gestiti autonomamente
      dal collaboratore in funzione del risultato e indipendentemente dal tempo impiegato per l’esecuzione della attività lavorativa.
      I progetti potranno dunque essere anche più di uno o riguardare una fase di un programma di lavoro, e non dovranno in ogni caso avere un tempo determinato ma, cosa ben diversa, determinabile, il
      che consente di ipotizzare collaborazioni
      durevoli nel tempo.
      In mancanza di un progetto le collaborazioni non saranno considerate ex lege di lavoro dipendente.
      Il decreto pone infatti una semplice presunzione, e
      cioè i rapporti "si considerano" di lavoro subordinato. Ma questa presunzione sarà sempre
      vincibile in caso di forme genuine di lavoro autonomo, perché neppure al legislatore è concesso
      di etichettare come nero ciò che in natura è bianco.
      Evitiamo allora, una volta per tutte, inutili allarmismi e confusioni, frutto di letture superficiali della riforma e contribuiamo tutti, in questa delicata
      fase di transizione, a raggiungere un obiettivo decisivo per il futuro del nostro Paese: quello della lotta al lavoro irregolare e della certezza del diritto applicato. Non esistono certo soluzioni
      magiche per i tanti e gravi problemi del nostro mercato del lavoro. Ma quello che non deve mai mancare è il coraggio delle riforme.