“Commenti&Analisi” Legare sicurezza e flessibilità – di D.Marini

19/05/2003




              Domenica 18 Maggio 2003
              Occupazione


              Legare sicurezza e flessibilità


              DI DANIELE MARINI

              Cambia velocemente il profilo del lavoro in Italia e i segnali sono assolutamente evidenti. Nell’ambito imprenditoriale, come in quello del lavoro dipendente, del sistema bancario e finanziario, assistiamo a significative trasformazioni. Alcune di queste sono più facilmente visibili, altre si muovono sotto traccia, ma non per questo sono meno importanti. In generale, il lavoro guarda avanti e chiede di affrontare nuove sfide. È il mercato, soprattutto, nel suo processo di internazionalizzazione e globalizzazione a spingere sui cambiamenti. Le innovazioni tecnologiche mutano velocemente e la loro diffusione spinge le organizzazioni del lavoro a diventare sempre più flessibili e snelle (anche se mai oltre un certo limite). Si trasformano così i contenuti e le condizioni del lavoro e, di conseguenza, le prestazioni.
              Di qui, la diffusione dei contratti atipici e flessibili, soprattutto nella fase d’ingresso sul mercato, perché in realtà il lavoro dipendente a tempo indeterminato continua ad essere la forma di gran lunga più diffusa (oltre il 90% degli occupati).
              Queste trasformazioni generano entusiasmi e nuove aspettative, ma anche comprensibili preoccupazioni sul futuro. Si teme per i destini incerti delle nuove generazioni, sulle loro possibilità di costruire progettualità personali e professionali.
              Si teme per quanti si presentano sul mercato del lavoro in condizioni di debolezza e vulnerabilità. Sono preoccupazioni assolutamente condivisibili e a cui non si può sottrarre la discussione e la riflessione. Quando, però, questi timori si tramutano in paure, le preoccupazioni divengono resistenze. E il rischio è di guardare al futuro con gli occhiali del passato.
              I prossimi appuntamenti che riguardano il lavoro, i recenti e reiterati episodi di intolleranza, in particolare nei confronti del leader della Cisl, ma non solo, corrono esattamente questo rischio: l’attuazione della riforma del mercato del lavoro, la discussione sui livelli territoriali di contrattazione e il contratto dei metalmeccanici, la revisione del sistema pensionistico e, soprattutto, il prossimo referendum sull’articolo 18. Significa che le conquiste e i diritti sul lavoro acquisiti devono essere ridotti o addirittura smantellati? No, tutt’altro. Perché sono parte integrante del percorso di crescita del Paese e perché non sarebbero accette al nostro sistema culturale. Prova ne siano le forti resistenze che nella grande maggioranza dell’opinione pubblica (in maniera trasversale alle appartenenze politiche) generano i progetti di privatizzazione di servizi considerati universali, come la sanità o l’istruzione. Tuttavia, l’estensione tout court di un diritto, produce effetti perversi, ben più dei risultati che ritiene di potere raggiungere. Perché non considera le diversità di condizioni in cui esso viene applicato. E le ricadute sia nei confronti delle imprese, che degli stessi lavoratori.
              È necessario, allora, partire dai diritti acquisiti e costruiti in una fase peculiare, ma sostanzialmente diversa da quella attuale, per aprire una nuova stagione dei diritti sul lavoro, da rivisitare e aggiornare. Diritti da declinare con una maggiore attenzione alle diversità delle condizioni strutturali e organizzative del lavoro, alla moltiplicazione e alla segmentazione dei mercati e delle professioni. Ma anche alle trasformazioni delle culture del lavoro e alle aspettative della popolazione nei confronti del lavoro medesimo. Il percorso è duplice. Da un lato, implementare la riflessione sui diritti fondamentali (formazione, conoscenza, mobilità professionale) che consentono l’inclusione nell’area della cittadinanza odierna a quanti rischiano di rimanerne ai margini. Perché una società moderna si valuta anche sulla capacità di limitare il più possibile la quantità di esclusi. Dall’altro, affrontare un problema centrale e cruciale: il lavoro rimane ancora il diritto di cittadinanza per eccellenza, il sistema di welfare si fonda su esso. Tuttavia, la diffusione del lavoro autonomo e l’individualizzazione dei rapporti di lavoro, tendono a contrarre il principio di sussistenza finora in capo al datore di lavoro o allo Stato, lasciandone l’onere prevalente al lavoratore. Quale sia la soglia socialmente accettabile rappresenta la sfida da affrontare: coniugare i legittimi diritti con le necessarie flessibilità.
              Il nuovo profilo del lavoro si costruirà lungo la complementarietà, e non l’opposizione, di questi criteri: flessibilità, occupabilità, stabilità e sicurezza.

              marini@fondazionenordest.net