“Commenti&Analisi” Legare gli aumenti alla produttività – di R.Brunetta

07/01/2003






Domenica 05 Gennaio 2003



Legare gli aumenti alla produttività


DI RENATO BRUNETTA

Col nuovo anno, di solito, si manifestano buoni propositi nei confronti del prossimo. E questo è certamente un bene. Se, poi, ad aprire la porta al dialogo è il nuovo leader del più grande e conflittuale sindacato italiano, la cosa finisce per assumere un valore che va ben al di là del buonismo da calendario. Due, in particolare, le novità lanciate da Guglielmo Epifani in una sua intervista di fine anno sul «Corriere della sera». La prima: se il Governo vuole il dialogo, applichi seriamente l’accordo del ’93 sulla politica dei redditi, mettendo sotto controllo le tariffe. E fin qui niente di nuovo, anche se dal ’93 nel settore molto è cambiato. Che ci sia, però, bisogno di maggior rigore e di più mercato Epifani ha ragione. Su questo punto, dunque, il dialogo non solo è possibile, ma assolutamente necessario. La seconda "novità" appare, invece, ben più intrigante e potenzialmente rivoluzionaria, al di là della contraddizione con richiamo alla politica dei redditi: «La moderazione salariale – dice ancora Epifani – ha fatto il suo tempo. Ora è il momento di difendere le retribuzioni, anche per rilanciare i consumi». Affermazione questa che segna una vera e propria discontinuità col passato nei rapporti tra Cgil e Governo. La moderazione salariale, infatti, al di là delle sue ovvie potenzialità disinflazionistiche di breve periodo, fu usata dal maggior sindacato italiano, nella seconda metà degli anni 90, come moneta di scambio politico con i Governi di sinistra, anche quando non serviva più. È superfluo precisare che questo particolare "scambio" con la politica dei redditi correttamente intesa ha ben poco a che spartire, dal momento che il concetto di "moderazione", se riferito alla dinamica di una variabile distributiva come i salari, non ha alcun significato economico, ma solo una chiara valenza politica, nel senso della distribuzione del potere. La regola aurea della politica dei redditi, infatti, prevede che il salario per occupato aumenti alla stessa velocità del prodotto per occupato, cosicché il costo del lavoro per unità di prodotto, dato dal rapporto tra le due grandezze, rimanga costante. Se il costo del lavoro per unità di prodotto non aumenta, le imprese sono in grado di mantenere ragionevolmente stabili i prezzi e, quindi, i loro margini di profitto. In caso contrario, le imprese sarebbero costrette ad aumentare i prezzi per salvaguardare i loro margini di guadagno, oppure a vedersi ridurre tali margini. Inoltre va ricordato che, in un’economia aperta, l’aumento dei salari a un ritmo superiore a quello della produttività (come previsto dai teorici del salario variabile indipendente) porta sia all’aumento dei prezzi, che alla riduzione dei margini di profitto, dal momento che il trasferimento di un incremento del costo del lavoro per unità di prodotto sui prezzi è sempre parziale per ragioni di competitività. Ma se aumentano i prezzi e diminuiscono i margini, diminuiscono gli investimenti e, con gli investimenti, la crescita e l’occupazione. Ritornando a Epifani, al di là dei suoi intenti comprensibilmente polemici, è comunque positivo che il successore di Cofferati rompa con la logica dello scambio politico (anche perché non c’è più un Governo amico con cui scambiare); ma è ancor più positivo che riconosca che la moderazione salariale non solo non fa bene ai lavoratori (e questo è ovvio), ma non fa bene neanche all’economia, in quanto deprimendo i consumi finisce per tener basso il tasso di crescita (cosa tutt’altro che secondaria con questi chiari di luna). Ora, se Epifani e la sua Cgil vogliono tornare, come sembra, alla politica dei redditi e alla sua regola aurea, e non al salario variabile indipendente, non c’è che da fare un ulteriore passo in avanti: mettere mano, coerentemente, all’attuale sistema contrattuale, spostando, con le opportune cautele, garanzie e incentivi, il baricentro della negoziazione salariale dal livello nazionale centralizzato a quello decentrato, aziendale, di distretto, di territorio (il cosiddetto secondo livello), là dove, cioè, si formano i guadagni di produttività da distribuire efficientemente tra i fattori della produzione. È troppo chiedergli questo, visto che Cisl e Uil sono già su questa linea, e soprattutto alla luce dei tanti dividendi politici ed economici che ne deriverebbero? Se così sarà, infatti, si avvierebbe un gioco strategico tra Governo e partner sociali virtuoso e a somma positiva, in cui cioè tutti e tre i giocatori riceverebbero vantaggi: il Governo (questo o qualsiasi altro…) non più condizionato da scambi politici, potrebbe liberamente mettere in atto le sue scelte politiche di riforma e di modernizzazione del Paese, e su queste essere giudicato dagli elettori; il sindacato potrebbe aumentare il suo ruolo facendo fino in fondo il suo mestiere, cioè quello di fare tanti e buoni contratti; gli imprenditori con salari migliori e più efficienti non solo potrebbero innescare circuiti virtuosi grazie all’aumento di produttività, ma vedrebbero pure migliorare crescita e competitività. Il tutto senza inflazione e senza costosi conflitti distributivi. In sintesi, dopo le positive politiche dei redditi d’anticipo, costruite sul tasso d’inflazione programmata degli anni 80 e 90; dopo l’inefficiente e conservatrice concertazione neocorporativa e di scambio politico della seconda metà degli anni 90 che ha depresso salari, consumi e produttività; è tempo di tornare alla politica dei redditi nella sua formulazione originaria, di efficiente, cioè, strategia di distribuzione finalizzata allo sviluppo e all’occupazione attraverso la stretta correlazione tra dinamiche salariali e dinamiche della produttività, sola garanzia di controllo dell’inflazione e di non mera difesa, ma di positivo incremento delle remunerazioni reali. Con l’euro, e la relativa competitività tra fattori, è la sola strada possibile.