“Commenti&Analisi” Le variabili nascoste nella riforma delle pensioni – L.Gallino

08/07/2003

 
martedì 8 luglio 2003 
Pagina 17 – Commenti
 
 
Le variabili nascoste nella riforma delle pensioni
          Ma bisogna considerare anche la qualità dell´impiego che le persone svolgono e l´uso della forza lavoro che le imprese fanno
          Da un lato aumenta e continua ad aumentare il numero di persone che vivono più a lungo Dall´altro la caduta del tasso di natalità ha ridotto la quantità di giovani

          LUCIANO GALLINO

          Vi sono fenomeni della natura di cui è possibile costruire una spiegazione molto complicata solo assumendo che esistano delle variabili nascoste alla percezione dell´osservatore. Esistono invece dei fenomeni sociali che vengono spiegati con grande semplicità dallo stesso osservatore nascondendo al pubblico la maggior parte delle variabili. Rientrano in questa categoria le proposte di riforma delle pensioni ipotizzate dal governo. Esse fanno seguito alle sollecitazioni da tempo trasmesse da istituzioni quali la Commissione Europea, l´Ocse, il Fmi, la Banca d´Italia, la Confindustria e di recente anche la Corte dei Conti. In tali proposte e sollecitazioni sono sempre poste in primo piano due variabili dal peso innegabile. La prima è l´invecchiamento della popolazione.

          Da un lato è aumentato e continuerà ad aumentare il numero di persone che vivono più a lungo che non una o due generazioni fa; dall´altro, la caduta dei tassi di natalità ha fortemente ridotto il numero dei giovani che entrano nel mondo del lavoro. Perciò i contributi degli occupati non basteranno più, in prospettiva, a pagare le pensioni. La seconda variabile è l´incidenza delle pensioni pubbliche sul Pil. Essa toccava già al 2000 il 13,8%, ma potrebbe salire di quasi due punti tra il 2030 e il 2040, per ridiscendere poi al 14% verso il 2050. Il bilancio dello Stato, si ricorda, non potrebbe sopportare un simile onere, men che mai a fronte delle esigenze del patto di stabilità.
          Se ci si limita a considerare dette variabili, come in genere avviene, gli interventi da compiere sul sistema pensionistico appaiono predefiniti e inevitabili. Bisogna elevare al più presto l´età di pensionamento, a cominciare dalle pensioni d´anzianità. Al tempo stesso si dovrebbe tagliare il livello delle pensioni a venire, mediante dispositivi quali, per dire, il passaggio generalizzato al metodo contributivo. In tal modo si otterrebbe di farle scendere di parecchi punti percentuali al disotto del livello attuale, che corrisponde in media a un po´ meno del 70% dell´ultima retribuzione percepita (che non è propriamente un lusso). In questa direzione si muovono appunto i progetti di riforma ventilati dal governo.
          Ciò nondimeno il problema pensioni non è formato solamente da variabili quali l´invecchiamento della popolazione o l´incidenza della spesa pensionistica sul Pil. Ve ne sono parecchie altre che dovrebbero entrare a pari titolo nella pubblica discussione. Una di queste è la produttività, intesa come quota di Pil prodotta per ora di lavoro. Si stima che essa cresca in media di poco meno del 2% l´anno. Rivisitate tenendo presente questa variabile, le previsioni circa il futuro andamento del rapporto tra le persone in età lavorativa (15-64 anni) e gli over 65 che si trovano nei rapporti della CE perdono gran parte della loro drammaticità. Infatti, ammesso che si passi dalla situazione odierna – 4 persone in età lavorativa per 1 anziano – ad un rapporto di 2 a 1 al 2050, l´aumento cumulativo della produttività significa che i due lavoratori del 2050 produrranno una quota di Pil, in termini reali, all´incirca equivalente a quella dei quattro lavoratori di oggi. I due lavoratori di domani non faranno quindi più fatica dei quattro di oggi a sopportare l´onere di pagare la pensione a un anziano.
          Si può obiettare al riguardo che non è pensabile che tutto l´incremento di produttività se ne vada nel finanziare le pensioni del futuro. L´obiezione starebbe in piedi, se non inciampasse subito in un´altra variabile nascosta, il peso relativo dei redditi da lavoro sul Pil. Secondo vari indicatori esso è fortemente diminuito negli ultimi due decenni. Una ricerca appena pubblicata dall´Ires stima che la quota del monte retribuzioni lorde sul Pil abbia perso in tale periodo oltre il 6%, scendendo dal 36,1% al 30%. Un´altra ricerca dell´Università di Pavia ha calcolato in oltre 7 punti percentuali la riduzione della quota di Pil disponibile alle famiglie consumatrici negli anni Novanta. Sei-sette punti di Pil non sono bruscoli: in moneta attuale equivalgono a 80-90 miliardi di euro l´anno. Ora, poiché le pensioni non sono altro che retribuzioni differite, un taglio alle pensioni aggiungerebbe col tempo, a tale salasso già subito dai redditi da lavoro, un´altra sottrazione dell´ordine di decine di miliardi di euro l´anno. Liberali come Ronald Dworkin, Michael Walzer, o Amartya Sen, avrebbero difficoltà ad ammettere che saremmo qui in presenza di eque forme di uguaglianza, o di un´accettabile giustizia sociale.
          Vi sono poi alcune variabili, finora nascoste nel dibattito sulle pensioni, identificabili nella qualità del lavoro che le persone svolgono, e nell´uso delle forza lavoro che le imprese fanno. Si pretenda da una persona di svolgere per decenni un lavoro che a causa del modo in cui è organizzato e dell´ambiente in cui ha luogo è logorante per le braccia e per la mente, od è ciecamente subordinato e ripetitivo, o tutt´e due le cose insieme. Non ci si dovrebbe stupire se appena si avvicina a maturare i requisiti necessari essa si accinge ad andare in pensione, anche se è ancora relativamente giovane. Naturalmente non v´è dubbio che realizzare forme di organizzazione del lavoro più rispettose delle persone, dei loro bisogni di creatività, di un lavoro che abbia un senso, di riconoscimento, sia assai più difficile che non emanare un decreto che impone loro di andare in pensione due o cinque anni più tardi.
          Quanto alle imprese, sarebbe opportuno richiedere loro un piano dettagliato in cui spiegassero come pensano di conciliare le loro pressanti richieste di allungamento dell´età lavorativa, con le loro pratiche quotidiane di assillante ricerca di forza lavoro sempre più giovane. Le ragioni di tali pratiche sono chiare: i giovani posseggono nozioni culturali e tecniche più aggiornate. Soprattutto costano meno. Ma occorrerebbe pur porre riparo, almeno sul piano della forma, ad una situazione che vede il massimo dirigente di un´azienda tenere a un convegno una relazione circa l´assoluta necessità di ridurre l´incidenza del carico pensionistico sul Pil, elevando fortemente l´età di pensionamento in modo da recuperare risorse per "la competitività e lo sviluppo"; intanto che, lo stesso giorno, il suo direttore del personale spiega a un tecnico, un quadro, un operaio, o una dirigente, che a quarantacinque anni le loro competenze sono ormai obsolete, ergo in azienda non c´è più posto per loro.
          Introdurre nel dibattito sulle pensioni le variabili finora nascoste non aiuterebbe presumibilmente ad accelerare una riforma del sistema, quand´anche si continuasse a reputarla indispensabile. Ma potrebbe servire a dimostrare che essa è forse meno urgente di quanto non si dica. Soprattutto conferirebbe maggior equilibrio al dibattito. Finora la scena di questo, si dovrebbe riconoscere, è stata dominata dagli argomenti cari, e utili, a una parte sola.