“Commenti&Analisi” Le «uova d’oro» dei co.co.co.

21/07/2004

          mercoledì 21/7/2004
          sezione: COMMENTI E INCHIESTE – pag: 10
          Le «uova d’oro» dei co.co.co.
          Confinati in uno degli ultimi gironi del mercato del lavoro, condannati a essere l’esercito di riserva della "flessibilità all’italiana", i co.co.co. sono divenuti i veri benefattori dell’Inps. I risultati del rendiconto 2003 della Gestione dei parasubordinati (come riferiamo a pagina 12) sono clamorosi: un avanzo di 3,6 miliardi (in crescita rispetto al consuntivo dell’anno precedente) e una situazione patrimoniale, accumulata dal ’96, pari a 18 miliardi.
          Solo la Gestione delle prestazioni temporanee (quella che amministra la previdenza minore: assegni familiari e ammortizzatori sociali) ha un saldo più elevato (+6,7 miliardi): un ingente ammontare di risorse, le quali — in forza del principio dell’unitarietà del bilancio Inps — vengono utilizzate per sostenere le casse deficitarie delle categorie tradizionali del lavoro dipendente e autonomo.
          Così, il saldo patrimoniale finisce per essere solo virtuale, pronto a svanire nel nulla il giorno in cui la Gestione "maturerà" e si logorerà il rapporto tra contribuenti e pensionati (ora pari a 5,2). In quel momento, i collaboratori dovranno cavarsela da soli, sempre che non si trovi, tra le pieghe del mercato del lavoro dei prossimi decenni, un’altra "gallina dalle uova d’oro", altrettanto feconda. Che i co.co.co. siano usati per "fare cassa" (senza che nessuno sollevi obiezioni) è provato anche dall’incremento dell’aliquota contributiva disposto dalla Finanziaria 2004, da cui quest’anno verrà un risultato più elevato di 480 milioni.
          Quanto poi al valore delle prestazioni che i collaboratori di oggi percepiranno, da pensionati, domani, c’è poco da stare allegri. Il calcolo contributivo non concede i favori di cui si avvalsero — ai tempi delle vacche grasse — le altre categorie.
          Forse — come fu stabilito, nel ’95, nel caso dei lavoratori autonomi, nonostante le loro gestioni avessero dei problemi di equilibrio — sarebbe stato più equo prevedere, per alcuni anni, un’aliquota di finanziamento inferiore a quella di computo.
          Ma così si sarebbe violata una regola strutturale della previdenza di casa nostra: quella di essere debole con i forti e forte con i deboli.