“Commenti&Analisi” Le riforme che costano (J.P.Fitoussi)

16/01/2004



VENERDÌ 16 GENNAIO 2004

 
 
Pagina 1 e 15 – Commenti
 Le riforme che costano
 
La scure sul Welfare e il costo delle riforme
          JEAN-PAUL FITOUSSI


          IN UNA società in cui regna una persistente disoccupazione di massa, i costi della solidarietà sono altissimi. Questa constatazione, per quanto ovvia, pone esplicitamente in luce le due vie possibili per ridurre i suddetti costi: la prima conduce a una società meno solidale; la seconda presuppone il rifiuto di accettare come ineluttabile un livello di disoccupazione durevolmente elevato. In altri termini, per spendere meno la scelta è tra l´abbandono della solidarietà o la vittoria sulla disoccupazione. In apparenza, quest´ultima via risulterebbe impraticabile: si sarebbe tentato di tutto, ma inutilmente; e quindi non resterebbe che la prima, ritenuta oltre tutto più produttiva.
          Secondo il discorso dominante vi sarebbe infatti un rapporto tra disoccupazione e solidarietà, nel senso che una riduzione di quest´ultima consentirebbe il ritorno alla piena occupazione. Si sostiene che il costo della solidarietà, gravando sul costo del lavoro, scoraggi le assunzioni, e che d´altra parte la sua incidenza sul salario netto renda meno appetibile il passaggio da una vita inattiva a quella attiva.
          Indubbiamente, in Germania e in Francia le parti sociali avevano presente questa chiave di lettura quando sono giunte all´accordo sull´indennità di disoccupazione, che ha avuto tra i suoi effetti quello di ridurre il periodo del sussidio, e quindi di aumentare notevolmente il numero dei disoccupati che cesseranno di percepirlo dal gennaio 2004. Oltre a questa conseguenza negativa, anzi decisamente brutta, per una fascia di popolazione già molto vulnerabile, le parti sociali hanno dovuto accettare un (lieve) aumento dei contributi, per evitare un degrado ancora maggiore del sistema delle indennità. In definitiva, si perde su due tavoli: il costo del lavoro aumenta, e le condizioni di vita dei disoccupati diventano ancora più difficili. In un periodo in cui la disoccupazione è in crescita è particolarmente illogico porsi l´obiettivo di conseguire, a breve o a medio termine, l´equilibrio dei conti del sistema assicurativo, riducendo il sussidio di disoccupazione e accrescendo al tempo stesso il costo del lavoro. Che senso ha concepire un regime di sussidi condizionato al tasso di disoccupazione, con indennità più generose quando il rischio di rimanere senza lavoro è basso, e più risicate in proporzione al suo aumento? Come immaginare un modo migliore per accrescere l´insicurezza e complicare la vita delle persone, rendendo sempre più vago ogni punto di riferimento? Si spera evidentemente di accrescere l´ardore dei disoccupati, sferzati dalla paura di ritrovarsi senza risorse o quasi, nella ricerca di un lavoro; così come si spera di spronare i lavoratori a une sempre maggiore produttività, se la riforma del loro statuto li metterà in una condizione più precaria.
          Il fenomeno dell´esclusione si deplora per qualche tempo, ma quando subentra l´assuefazione si finisce per incolparne gli stessi esclusi. E questo tipo di ragionamento è in piena sintonia con il clima del momento. La graduatoria dei governi si stabilisce oramai in base alla loro capacità di introdurre le riforme che più comprimono il grado di solidarietà. Il cancelliere Schroeder ha riscosso unanime plauso per il "coraggio" dimostrato nel proporre l´Agenda 2010, che prevede pesanti amputazioni dei diritti sociali.
          Ammettiamo che questa sia davvero la strategia migliore. Ma non si rischia in questo modo di finire in un´impasse politica? In un regime democratico si è fortunatamente costretti a preoccuparsi in permanenza dell´accettabilità sociale delle riforme proposte. Ed è facile comprendere perché in tempi difficili la società sia tanto riluttante ad accettare ogni riduzione del grado di solidarietà. In un periodo di crescita lenta e di inasprimento della disoccupazione, l´insicurezza economica e sociale si aggrava, tanto che molti temono di non riuscire più a provvedere alla sussistenza quotidiana. E le promesse di un avvenire radioso non bastano a placare questa preoccupazione, perché il problema è sbarcare il lunario nell´immediato. Se oltre tutto il sistema di protezione sociale diventa meno generoso, si crea un cumulo di fattori di insicurezza, e gli individui sono sempre più abbandonati a se stessi proprio quando più hanno bisogno degli altri.
          Proviamo allora a rovesciare il rapporto di causalità che presiede al pensiero dominante. È l´alto livello di disoccupazione ad accrescere il bisogno di solidarietà, facendone lievitare i costi. (Allo stesso modo, di norma il costo delle assicurazioni rimane contenuto quando il numero degli incidenti è basso.) La forte domanda di sicurezza da parte dei cittadini si spiega tra l´altro con una caratteristica della situazione attuale: nei maggiori paesi europei la disoccupazione si è ormai insediata da almeno due decenni, e a un livello tale che si è ormai persa anche la memoria della piena occupazione. Un dato questo che aggrava l´insicurezza economica, rendendola più radicale: chi perde il posto rischia infatti l´esclusione definitiva dal mercato del lavoro. Se i periodi di disoccupazione, anche se di massa, fossero brevi e seguiti da periodi di piena occupazione, ciascuno potrebbe far fronte all´avversità contando solo su se stesso, poiché la certezza di ritrovare una nuova fonte di reddito attenuerebbe il suo bisogno degli altri. La quota della spesa collettiva potrebbe allora essere ridotta, nella misura in cui ciascuno avrebbe la possibilità di cautelarsi contro i principali rischi dell´esistenza attraverso accordi privati. Notiamo d´altra parte che esisterebbe anche la possibilità di innalzarla, in quanto la piena occupazione ridurrebbe notevolmente il costo della solidarietà, sia per la conseguente diminuzione della spesa sociale, sia per il maggior numero dei versamenti nelle casse del sistema contributivo. In altri termini, in un contesto di piena occupazione le scelte sociali si potrebbero esercitare con libertà molto maggiore, nell´uno o nell´altro senso, e non sarebbero più determinate dalle imposizioni di una dottrina economica o dalla necessità di "ridurre i costi", bensì da fattori di natura prevalentemente culturale e antropologica.
          L´insicurezza del posto di lavoro, al contrario, rende sempre più irrinunciabili tutti gli elementi del sistema di protezione sociale – tutela del posto di lavoro, assicurazione contro le malattie, sistema pensionistico, pensioni sociali minime ecc. ? dato che la popolazione vive nell´incertezza di poter provvedere in futuro alle necessità della propria esistenza. È qui che va ricercata la causa della forte resistenza delle società europee contro i tagli alle protezioni sociali, e non in una predilezione per l´ozio; e neppure nella riluttanza al cambiamento, come qualcuno ha superficialmente affermato. Il fatto è che la gente vive in permanenza sotto la minaccia della disoccupazione, e ha imparato a conoscere le situazioni di esclusione cui rischia di andare incontro. Per questo, la logica conseguenza di un minor grado di solidarietà in un contesto di disoccupazione di massa è l´aumento del tasso di risparmio delle famiglie: quanto più si è minacciati dall´insicurezza, tanto più si tende a ripiegare su comportamenti più prudenti. Oggi si deplora lo scarso dinamismo dei consumi; ma non si può volere tutto e il contrario di tutto. In Francia, in Germania, in Italia il tasso di risparmio è molto elevato, con livelli talora di portata storica, a testimonianza di un aggravamento dell´incertezza. Non è quindi il caso di stupirsi se alla crescita europea mancano oggi i motori interni. Peraltro, l´annunciato ritorno della crescita nel nostro continente si fonda sulla previsione di una ripresa economica nel resto del mondo, e non sulle ipotetiche conseguenze favorevoli di un minor grado di solidarietà.
          Si comprende quindi perché, nel contesto in cui viviamo da oltre due decenni, la riforma strutturale più urgente è una politica di crescita finalizzata alla piena occupazione. Solo una prospettiva del genere potrebbe modificare il sistema di anticipazioni e incentivazioni degli agenti economici, e consentire ai cittadini di scegliere liberamente il grado di solidarietà che preferiscono. In tal caso, essi potrebbero dare il loro consenso a quelle riforme che oggi l´insicurezza li induce a respingere. Se la politica economica europea avesse combattuto la disoccupazione con la stessa determinazione di cui ha dato prova nell´abbattere l´inflazione, molto probabilmente sarebbe riuscita nell´intento, e avrebbe reso possibili anche quelle riforme che oggi, per convinzione o di necessità, si definiscono auspicabili. La situazione attuale è bloccata: le riforme, che in un modo o nell´altro comportano comunque un abbassamento del livello solidarietà, non potranno andare molto lontano, a fronte della fortissima domanda sociale di sicurezza. Abbiamo perduto la memoria dei tempi e delle politiche della piena occupazione. Che sia venuto il momento di ridestarla?


          (Traduzione di Elisabetta Horvat)