“Commenti&Analisi” Le promesse svanite nella crisi italiana (M.Riva)

02/03/2004


MARTEDÌ 2 MARZO 2004

 
 
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Le promesse svanite nella crisi italiana

          MASSIMO RIVA


          La barca non va, proprio non va. La grandinata di cifre ufficiali sul consuntivo 2003, il secondo anno pieno del governo Berlusconi, non lascia spazio a dubbio alcuno. La crescita del prodotto interno lordo arranca: fino all’altro ieri era ufficialmente prevista allo 0,4 per cento, ora si apprende che non ha superato un misero 0,3. La pressione fiscale, che il presidente del Consiglio ha sempre indicato come il test cruciale del suo "buongoverno", non solo non è scesa, ma addirittura è salita di quasi un punto percentuale dal 41,9 del 2002 al 42,8 del 2003. Quanto alla finanza pubblica son dolori. A fronte di un rapporto deficit/Pil contenuto al 2,4 e di un debito pubblico appena un poco limato al 106,2 per cento, pessime notizie giungono sull’undicatore fondamentale dello stato di salute dei conti.
          L´AVANZO PRIMARIO – il saldo tra entrate e uscite dello Stato al netto della spesa per interessi – è di nuovo peggiorato, precipitando a quota 2,9 per cento del Pil: era al 3,5 nel 2002 e al 3,9 nel 2001.
          Dinanzi a un simile dato cadono le braccia al solo ricordo di quando Carlo Azeglio Ciampi aveva fatto dell´avanzo primario la bussola della sua gestione dei conti pubblici ed era riuscito a superare quota 5 per cento, nella stupita ammirazione dell´Europa e del mondo intero. Era quello il vero segnale della svolta risanatrice impressa al bilancio del Paese. Perché – come s´intestardiva a spiegare l´allora ministro del Tesoro – uno Stato tanto vulnerabile sul lato della spesa per interessi ha il dovere primario di far crescere ogni anno un rassicurante surplus delle entrate rispetto alle uscite.
          (Esattamente come farebbe qualunque assennato padre di famiglia alle prese con un bilancio domestico insidiato da onerosi mutui bancari.) Anche perché, soggiungeva sempre Ciampi, soltanto così si possono consolidare tanto la fiducia dei contribuenti quanto la credibilità dell´Italia sui mercati finanziari internazionali. Una lezione di serietà e di saggezza che oggi – ahinoi – sembra essere stata gettata alle ortiche.
          In questo scenario già assai poco rassicurante, infatti, gettano ulteriore olio sul fuoco dell´allarme i commenti di parte governativa a questa pioggia di dati negativi. Esempio: sì la crescita è bassa, ma in Germania è andata anche peggio. Ovvero: sì la pressione fiscale è salita, ma perché c´è stato il gettito dei condoni. E ancora: in ogni caso il debito è stato comunque un po´ ridotto, mentre il rapporto deficit/Pil rimane lontano dal fatidico tetto europeo del 3 per cento. Per carità, tutte attenuanti generiche che però rivelano, soprattutto, una caparbia resistenza a nascondere le tristi realtà celate dietro anche i pochi dati in apparenza positivi. In particolare il fatto che i magri risultati ottenuti derivano da misure di finanza rocambolesche e straordinarie, dunque non più ripetibili. Le quali non hanno inciso neppure per un grammo sugli squilibri strutturali del bilancio, pronti a riaffiorare negli esercizi prossimi venturi. Come testimonia, appunto, il deterioramento dell´avanzo primario.
          Per un attimo ieri è sembrato che Silvio Berlusconi avesse un soprassalto di ravvedimento, quando ha commentato la grigia sequela delle cifre 2003 dicendo che «dobbiamo tutti insieme risolvere i problemi reali del Paese».
          Parole che parevano voler ammettere una sconfitta e annunciare una svolta nella sua forsennata campagna di promesse illusorie e di titanismo brianzolo all´insegna del ghe pensi mi. Ma è stato solo un attimo, perché il presidente del Consiglio è subito tornato in se stesso con due postille disarmanti. La prima: che tutti i guai dipendono «dall´immensa montagna di debito pubblico consegnataci dai governi che ci hanno preceduto». La seconda: che la cura decisiva per sistemare tutto è e rimane il taglio delle tasse.
          In proposito, sarà poco simpatico richiamare ancora l´esempio di Ciampi, ma è un fatto che questi si prese un debito pubblico che stava oltre il 125 per cento del Pil e lo portò sotto quota 110, rimboccandosi le mani in silenzio e senza cercare alibi nelle colpe dei suoi predecessori: anzi, facendo capire agli italiani che quella era la drammatica realtà con la quale, volente o nolente, chi governava doveva fare i conti. Quanto ai tagli alle tasse, ma certo che a tutti piacerebbe pagarne di meno: solo che un conto è far cantare la sirena dei tagli, altro è spiegare come si possa ridurle senza dare un colpo mortale ai già fragili squilibri del bilancio pubblico.
          Insomma, ciò che oggi fa tremare le vene ai polsi, come ama dire il presidente del Consiglio, non è soltanto il quadro statistico deprimente ma anche, se non soprattutto, l´incapacità di chi governa il Paese a riconoscere la realtà dello stato di fatto. A maggior ragione perché quelle cifre si inseriscono in un quadro complessivo ricco di altri dati o eventi tutti e pesantemente negativi. L´inflazione ha ripreso a correre in Italia più che altrove: a febbraio si è saliti al 2,4 dal 2,2 di gennaio, mentre in Europa (dove anche il nostro rialzo fa media) si è scesi dall´1,9 all´1,6 per cento.
          Il commercio estero è nei guai seri con una caduta del surplus del 79 per cento del 2003 sul 2002. E il rialzo dell´euro – che il presidente del Consiglio usa come punching-ball nella palestra delle sue esternazioni – c´entra poco o nulla visto che l´export è precipitato anche verso i mercati della moneta unica, quali Francia e Germania.
          Come non bastasse poi, l´intero sistema economico è alle prese con disavventure finanziarie e industriali davvero drammatiche. Gli scandali Cirio e Parmalat hanno diffuso un micidiale clima di sfiducia tanto fra i risparmiatori domestici quanto fra gli investitori internazionali. Da un lato, c´è il serio pericolo che la perdita di credibilità delle banche si traduca in un temibilissimo credit crunch, ovvero in una stretta indiscriminata del finanziamento alle imprese. Dall´altro lato, è ventilata una minaccia di revisione del cosiddetto «rischio Paese» ovvero un rialzo di tutti i tassi di interesse sui prestiti all´Italia, compresi – il cielo non voglia – quelli sul debito pubblico. Naturalmente, nessuno può essere così folle da scaricare sulle spalle del governo Berlusconi tutti questi guai – dal debito pubblico alle crisi di Fiat e Alitalia passando per i malaffari di Cragnotti e Tanzi con seguito di banche – che hanno spesso radici lontane. Ma quel che induce sconforto è che, a metà legislatura superata, il presidente del Consiglio continui a non voler riconoscere la realtà e a straparlare come se fosse ancora in campagna elettorale. Adesso, basta: la ricreazione è finita.