“Commenti&Analisi” Le pensioni, i sindacati e la trappola del 47 (G.Pennisi)

24/02/2004

ItaliaOggi
Numero
046, pag. 1 del 24/2/2004
di Giuseppe Pennisi



Le pensioni, i sindacati e la trappola del 47 morto che parla

Dopo l’accordo in seno alla maggioranza sulle misure in materia di previdenza (analizzato in dettaglio su ItaliaOggi dei giorni scorsi), e in seguito alla conclusione della verifica del programma di governo (annunciata da Palazzo Chigi il 10 febbraio), la trappola del ´47 morto che parla’ potrebbe rivelarsi fatale e mettere a repentaglio gli altri ´tavoli’ sulla riforma dello stato sociale, in fase di faticosa apertura. In breve, tre tavoli relativi specificatamente alle politiche sociali e socio-sanitarie, con particolare accento sulla famiglia, alle politiche del lavoro e al monitoraggio degli aumenti dei prezzi, nonché forse un quarto tavolo, dedicato alle politiche e strategia di sviluppo. Del riassetto del welfare, la riforma delle pensioni non è un tassello ma la vera e propria architrave. Le determinanti dell’esito della trattativa sono due: una in parte sotto il controllo del governo e l’altra in parte sotto il controllo dei sindacati.

Il nodo di fondo è stato individuato con acume da Jean-Paul Fitoussi in un articolo apparso su diversi quotidiani europei: nel breve periodo le riforme costano in termini di risorse reali, se non altro per attutirne il peso su coloro che perdono ciò che gli interessati percepiscono come ´titoli’ e ´diritti’ anche quando si tratta di privilegi belli e buoni. Esse costano altresì in termini di voti se non vengono attuate all’inizio di una legislatura in modo che almeno alcuni dei loro costi di breve periodo divengano parte dei loro benefici a medio e lungo termine. Un’area dell’euro che da un decennio cresce in misura impercettibile necessita, in primo luogo, di una riforma strutturale di fondo: una politica di sviluppo, la sola che consente altre riforme (comprese quelle del welfare), in breve la madre di tutte le riforme.

La politica di sviluppo è ora in parte affidata a un consiglio collegiale di gabinetto in cui ha un ruolo chiave il vicepresidente del consiglio. Nel delinearla e attuarla tanto governo quanto sindacati devono tenere esplicitamente conto dei vincoli alle risorse in generale e alla finanza pubblica in generale. A riguardo è istruttiva per il governo un’analisi del Cato institute (il centro di ricerca libertario sulle sponde del Potomac) sugli effetti delle strategie di riforma del ´compassionate neo-conservative compact’ (le politiche neo-conservatrici sensibili al sociale): quando George W. Bush ha vinto le elezioni, il bilancio Usa segnava un saldo attivo del 2,4%; nell’esercizio finanziario in corso ci sarà invece un deficit pari al 4,3% del reddito nazionale, ingrediente essenziale di quel deprezzamento del dollaro che sta incidendo negativamente sulla crescita in Europa. L’aumento della spesa militare ha contribuito, dati alla mano, solo per il 20% (ossia un quinto) della svolta (da attivo al passivo dei conti pubblici). Gran parte del restate 80% è da imputarsi a incrementi della spesa del welfare per bilanciare gli effetti di liberalizzazioni e simili. Per il governo ciò vuole dire riflettere sul modo e le maniere del ´compassionate neo-conservative compact’ all’italiana proposto e promosso in alcuni settori della maggioranza e da alcuni giornali a essi vicini.

I sindacati hanno difficoltà aggiuntiva a carattere generale: con Cobas e simili che paralizzano l’Italia ci si deve chiedere in che misura riescono a sedersi attorno a tavoli in cui siano effettivamente considerati rappresentativi e possano prendere impegni a medio termine. Hanno anche una difficoltà specifica in materia di previdenza. Dopo anni in cui la normativa approvata nel 1995 è stata mostrata, propria dalla parte sindacale, come ´la migliore delle leggi possibili’ si trovano a dover fare i conti non solo con le ormai continue litanie di Fondo monetario, Banca centrale europea e Commissione europea (ne è giunta una raffica negli ultimi otto giorni) ma anche e soprattutto con la crescente consapevolezza, anche a sinistra e pure nelle loro stesse fila, di quella che potremo chiamare ´l’iniquità sociale incrementale’ delle misure approvate nove anni fa. A ragione di meccanismi pensati per tutelare coloro allora vicini alla pensione, ogni anno aumenta il numero di chi, giovane negli anni 90, ha la prospettiva di una pensione bassissima al termine della vita lavorativa; aumenta pure il numero dei pensionati il cui trattamento mensile reale si assottiglia, al passare degli anni, soprattutto se comparato alle altre categorie, in quanto l’indicizzazione tiene conto solo parzialmente dell’andamento dei prezzi e non ne tiene affatto di quello della produttività. Quindi, senza una raddrizzata, i meccanismi allestiti del 1995 stanno diventando ´insostenibili’ sotto il profilo non solo finanziario ma anche sociale.

Si può e si deve cambiare rotta senza attendere il 2005 (quando comunque una verifica ed eventuale revisione della riforma del 1995 è richiesta per legge)? In questa materia aspettare costa risorse; e di risorse c’è urgente bisogno per effettuare le riforme del welfare, inclusa quella delle pensioni. Le idee non mancano: il denominatore comune può essere individuato in incentivi e disincentivi tali da allungare la vita lavorativa e, al tempo stesso, assicurare una migliore indicizzazione. Da un paio di settimane l’Ocse ha pubblicato un libro (350 pagine di grande formato) Reforming public pensions- Sharing the experience of transition and Oecd countries in cui si raffrontano le esperienze di riforme dei sistemi previdenziali pubblici nei paesi dell’Europa occidentale e di quelli dell’Europa centrale, un capitolo riguarda l’Italia, al fine di trarne lezioni concrete. È denso di proposte pratiche. Da meditare attentamente. Per evitare che dai tavoli esca un ´47 morto che parla’ che danneggerebbe soprattutto il sindacato, il quale si auto-escluderebbe dalle riforme. (riproduzione riservata)

Giuseppe Pennisi