“Commenti&Analisi” Le otto bugie sulla previdenza (Brunetta e Cazzola)

13/10/2003



      Domenica 12 Ottobre 2003

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      ANALISI

      GLI ERRORI DEL SINDACATO
      Ecco chi dice le otto bugie sulla previdenza
      di RENATO BRUNETTA e GIULIANO CAZZOLA

      I leader sindacali hanno voluto dare per ben otto volte del bugiardo al Governo in materia di pensioni. Benchè critici della riforma Maroni-Tremonti su parecchi aspetti, ci incarichiamo di dimostrare – punto per punto – perché ad affermare il contrario della verità siano stati i sindacalisti.
      1- È falso – scrivono nel loro documento di accusa i sindacati – che il sistema previdenziale non regga perché, nel 2050, l’Italia sarà il Paese con il minor incremento di spesa previdenziale.

      A tale considerazione è facile rispondere che, pur in presenza di una variazione massima inferiore a quella media europea, l’Italia, per quanto riguarda l’incidenza della spesa pensionistica sul Pil, ha un livello di partenza assai più elevato (13,8% contro il 10,4%). Il differenziale è destinato a rimanere costante fino al picco del 2030 per poi discendere lentamente, attestandosi intorno a un punto percentuale nel 2050. Il raggiungimento del 16% sul Pil nel 2033 (il livello più alto della gobba) viene evidentemente ritenuto ineluttabile dai sindacati, mentre è giusta l’azione del Governo tesa ad addolcire la curva e a ridurre il peso della previdenza per lasciare spazio ad altri interventi di politica sociale oggi troppo sacrificati.
      2- È falso – dicono i sindacalisti – che sia l’Europa a chiedere la riforma delle pensioni. L’Unione europea non ha i poteri per imporre alcunché in campo previdenziale (a meno di non seguire l’indicazione del presidente Ciampi che ha proposto la definizione di una sorta di patto di stabilità, di una vera e propria "Maastricht" delle pensioni). Nessuno può negare che l’Unione è parecchio impegnata sul terreno del prolungamento della vita attiva degli anziani entro il 2010, tanto sul versante del mercato del lavoro (il tasso di attività delle persone con più di 55 anni deve passare dal 38% al 50%), quanto su quello delle pensioni (l’età effettiva di pensionamento deve salire mediamente di cinque anni). Poi, l’Unione, nell’ambito del metodo di coordinamento aperto, non impartisce direttive ma solo indicazioni di carattere politico, riservandosi di valutare i risultati. Se così non fosse, non si capirebbe perché, in sede Ecofin, si sia preso in esame immediatamente il progetto italiano. Quando la Ue suggerisce, inoltre, l’abolizione dei prepensionamenti non si limita al classico ammortizzatore sociale (il cui uso è fortemente ridimensionato) che ha tradizionalmente accompagnato gli esuberi, ma si riferisce a tutti i casi di quiescenza anticipata (comprese le pensioni di anzianità, padane e non).
      3- È falso – sempre secondo i sindacati – che il Governo voglia migliorare il trattamento dei pensionati. Persino l’aumento delle pensioni minime (i 516 euro mensili, fiore all’occhiello del Governo Berlusconi) finisce nel mirino di Cgil, Cisl e Uil con l’accusa di aver aggravato il bilancio dell’Inps (il che non è vero, visto che il relativo finanziamento è a carico dello Stato). Il fatto che i beneficiari della nuova prestazione siano risultati essere solo 1.400.000 è dipeso non tanto dall’applicazione dei requisiti previsti dalla legge, quanto piuttosto dalla spiacevole circostanza per cui le somme risparmiate sono state dirottate a copertura degli atti di indirizzo per i prepensionamenti da esposizione all’amianto: un vero scandalo nazionale, un regalo avvelenato dei Governi della precedente legislatura.
      4- Non è vero – sostengono Cgil, Cisl e Uil – che la riforma serva a garantire le pensioni future. Qui riemerge la polemica sindacale nei confronti della decontribuzione per i nuovi assunti (fino a cinque punti di aliquota); un tema, peraltro, che il Governo si è dichiarato disposto a negoziare per trovare soluzioni alternative. Nella loro critica, i sindacati dimenticano quattro elementi di fatto: a) il Governo è disposto a ripianare, a favore degli enti previdenziali, i minori introiti annui, in sede di legge finanziaria; b) il taglio dell’aliquota di finanziamento non comporterà meccanicamente una riduzione dell’accredito per i lavoratori; c) una linea di armonizzazione delle aliquote pensionistiche per ogni tipologia di impiego dipendente, autonoma, atipica – come richiesto anche dai sindacati – non può certo collocarsi a livello dell’attuale prelievo (32,7%) previsto per il lavoro subordinato, ma ad uno standard intermedio, verso cui è indirizzata, appunto, la misura di decontribuzione prevista. È strano, comunque, che i sindacati protestino contro un provvedimento (come il taglio dei cinque punti) che costa 250 milioni di euro l’anno, quando il bilancio dello Stato eroga all’Inps alcune migliaia di miliardi a copertura delle "sottoscontribuzioni" volte a favorire l’occupazione (apprendistato, cfl, ecc.); d) il minor gettito derivante dalla riduzione della aliquota (che può essere graduale) sarebbe certamente compensato da un incremento dell’occupazione. Ecco poi lo scenario per le pensioni dei giovani: se nel 2000, un dipendente privato (a 60 anni di età e con 35 anni di contributi) godeva di un tasso di sostituzione pari al 67,3%, nel 2030 potrebbe contare su di uno del 66,8%, se andrà in quiescenza a 65 anni di età con 40 di versamenti.
      5- È falso – ribadiscono Cgil, Cisl e Uil – che le pensioni di anzianità non saranno toccate; saranno invece cancellate. Se avessero ragione i sindacati ciò sarebbe la prova della serietà della riforma. Purtroppo, fino alla fine del 2007, non cambierà nulla (con l’aggiunta di un ricco bonus per chi decide di restare al lavoro); poi, fino al 2015 resterà la facoltà di optare per la pensione anticipata facendo valere i requisiti classici del trattamento di anzianità, ma con l’applicazione di quello stesso calcolo contributivo, che, nella legge n. 335/1995, con il gradimento dei sindacati, è stato previsto in futuro per tutti gli italiani.
      6- È falso – affermano ancora le confederazioni – che sia necessario l’utilizzo del tfr per la previdenza complementare. Assistiamo a un singolare ripensamento, poiché la linea dello smobilizzo delle liquidazioni per il finanziamento del secondo pilastro, è tradizionalmente appartenuta ai sindacati (l’idea venne ad Antonio Pizzinato nel 1987, quando era segretario della Cgil), tanto che, in occasione della riforma Dini, imposero l’istituto del tfr anche al pubblico impiego – con acrobazie normative e difficoltà di ordine economico – al solo scopo di far decollare la previdenza integrativa anche in quel comparto. Per giunta, il dipendente pubblico che intenda aderire ad un fondo deve obbligatoriamente scegliere il regime del tfr. La Covip, poi, calcola che, per ottenere dalla previdenza privata un tasso di sostituzione dignitoso (il 16-17%) occorrerebbe versare, per almeno 30 anni, un contributo pari al 9,25% del reddito. Come sarebbe possibile reperire un tale ammontare senza far ricorso all’impiego del tfr?
      7- È falso – i sindacati non demordono – che si vogliano armonizzare le disparità ancora presenti, tanto che il Governo ha aumentato solo l’aliquota contributiva dei co.co.co. Qui le organizzazioni sindacali toccano un tasto delicato, perché l’incremento al 19% dell’aliquota della gestione dei parasubordinati è un vero colpo di mano del Governo, compiuto apposta per "fare cassa" a spese di una categoria che non ha santi protettori. La gestione presso l’Inps ha una situazione patrimoniale positiva per 18 miliardi di euro e saldi in forte attivo con i quali si pagano le pensioni dei settori forti. Ma Cgil, Cisl e Uil non se la prendono con siffatto aumento, consistente ed ingiustificato, bensì lamentano che non siano cresciuti i contributi anche ai lavoratori autonomi, perché, secondo loro, la via corretta è quella di pagare di più.
      8- È falso – puntualizzano sempre i sindacati – che si vogliano introdurre norme di favore per i lavori usuranti. Una disciplina a tutela dei lavori usuranti è prevista fin dal 1992, ma è rimasta incompiuta e inattuata con la complicità delle parti sociali, che non hanno mai voluto concordare, come prevedeva la legge, la maggiorazione contributiva a copertura (questa fu la scelta della legge Amato, confermata dalla legge Dini, senza che nessuno abbia mai rivendicato – come sembrano fare i sindacati oggi – una messa a carico dello Stato dei relativi oneri). Tutto ciò premesso, purtroppo l’emendamento contiene tanti importanti aspetti criticabili come, ad esempio, la riconferma delle regole vigenti fino al 2007 con annesso bagaglio di incentivazione (di dubbia costituzionalità). E proprio sugli incentivi – misura iniqua, costosa, e di incerta efficacia – che diventeranno operativi a breve (mentre il resto è nelle mani degli dei) i sindacati tacciono. E reggono il sacco a una scelta errata del Governo.