“Commenti&Analisi” Le odiate vetrine del lavoro (P.Ichino)

15/11/2004

    lunedì 15 novembre 2004

    Le odiate vetrine del lavoro

      di Pietro Ichino

        A chi pensa di combattere il lavoro precario aggredendo con bombe, mazze o bombolette di vernice le agenzie che operano in questo settore del mercato, sarebbe velleitario proporre ragionamenti pragmatici. Non possiamo invece rinunciare a una discussione seria su questo punto con quella parte del movimento sindacale e delle forze politiche di sinistra che ancora oggi attribuisce a quelle agenzie una responsabilità di primo piano nella diffusione del lavoro precario o poco protetto e continua quindi a considerarle come una iattura da combattere, sia pure soltanto con armi lecite.

        Una discussione seria deve muovere dai dati di fatto su cui tutti si può concordare. Si può concordare, innanzitutto, sul punto che da decenni il fenomeno del lavoro precario, sotto-protetto o irregolare è assai più diffuso in Italia che negli altri Paesi dell’Europa centro-settentrionale (numerose ricerche economiche, dovute anche a economisti liberal , come quella dello statunitense David Autor in corso di pubblicazione sulla Rivista italiana di diritto del lavoro , individuano una correlazione diretta, di natura causale, tra il grado di stabilità del lavoro nell’area protetta e la diffusione del lavoro precario). Ma si deve concordare pure sul punto che l’istituzione delle agenzie di lavoro temporaneo, dovuta in Italia alla legge Treu del 1997, mentre da un lato non ha eroso l’area del lavoro stabile, dall’altro ha offerto ai disoccupati un trampolino efficace, prima inesistente, verso l’occupazione permanente.

          Una ricerca dell’Istituto Universitario Europeo – l’unica svolta sul mercato del lavoro italiano secondo un metodo econometrico rigoroso: è disponibile sul sito www.iue.it - mostra che un lavoratore interinale ha poco meno di una probabilità su tre di ottenere entro 18 mesi un lavoro permanente, mentre la probabilità, a parità di ogni altra condizione, si riduce a circa una su sette senza quel canale di accesso, che pure la sinistra sindacale e politica guarda con ostilità.

            Dopo l’entrata in vigore della legge Treu, i servizi pubblici di collocamento – quelli che la stessa sinistra predilige – hanno fatto dei passi avanti pressoché impercettibili sulla via dell’efficienza; la sola novità positiva tangibile portata dalla riforma del 1997, nel panorama dei servizi al mercato del lavoro, è stata la diffusione capillare delle filiali delle agenzie private, ben visibili nelle vie principali di tutte le città con le loro vetrine, che vandali e aspiranti terroristi amano fracassare o imbrattare. In questi ultimi anni quelle vetrine hanno costituito il solo punto di riferimento efficiente e facilmente reperibile per il giovane in cerca del primo lavoro, o l’adulto che lo abbia perso e che non sia inserito in una rete di rapporti professionali, parentali o amicali capace di risolvere il suo problema.

            C’è un paradosso anche nella chiusura ermetica della nostra sinistra sindacale e politica verso il nuovo istituto dello staff leasing , largamente sperimentato dagli anni ’90 nei Paesi anglosassoni, ora introdotto anche in Germania dalla maggioranza socialdemocratica e in Italia con la legge Biagi dello scorso anno. L’idea è questa: in un mondo in cui la gestione delle risorse umane nell’impresa è sempre più complicata e a rischio di errori, una grande agenzia specializzata offre alle imprese – soprattutto a quelle piccole e medie, meno attrezzate su questo terreno – il personale di cui hanno bisogno nei settori non strategici rispetto all’attività dell’azienda, gestendolo a proprio rischio.
            L’agenzia offre loro inoltre (e qui sta l’aspetto più rilevante sul piano pratico) la possibilità di rinunciare, con un breve preavviso, al personale di cui non hanno più bisogno, anche se si tratta di personale assunto in pianta stabile: sarà l’agenzia stessa a ricollocare quel personale in altre aziende sue clienti, assumendosi il rischio di doverlo retribuire nei periodi di attesa. Così, il massimo di flessibilità per l’impresa viene coniugato con il massimo di protezione e sicurezza per il lavoratore: soprattutto per quello «periferico», che si colloca nei segmenti più a rischio del tessuto produttivo e al quale sono più frequentemente riservate le forme precarie e meno protette di occupazione.

              Da sinistra si obietta che lo staff leasing potrebbe anche non funzionare così, potrebbe prestarsi a frodi o abusi. D’accordo. Ma questa preoccupazione non giustifica il rifiuto a priori di una sperimentazione controllata, dal momento che il nuovo strumento potrebbe invece rivelarsi utile proprio per combattere il lavoro precario o poco protetto. A meno che si adotti come unico criterio la paura del nuovo; ma con quella bussola, in un mondo che cambia sempre più rapidamente, si fa davvero poca strada.