“Commenti&Analisi” Le illusioni dei pacifisti – di H.M.Henzensberger

16/04/2003


         
         
        Pagina 1 e 41 – Cultura
         
         LE IDEE
        dopo La guerra in iraq
        LE ILLUSIONI DEI PACIFISTI
                Senza gli americani in Germania ci sarebbe ancora il muro
                Il nemico non è Bush ma Saddam: molti non lo hanno capito

                HANS MAGNUS HENZENSBERGER

                Una delle poche gioie profonde che la storia ci riserva, è la fine di un tiranno, ed è indifferente se si tratti della perdita del suo potere o della sua morte. Il crollo delle sue statue, la distruzione delle sue immagini simboleggiano questo momento. Hitler, Stalin, Franco, Pinochet, Ceausescu, Mobutu, Milosevic, Saddam… la lista non ha fine. Prevedibile è la fine di Castro, Mugabe, Kim Jong II e una dozzina di altri dittatori; ogni giorno in più del loro potere, costa vite umane. La gioia trionfalistica che si prova quando una di queste figure scompare, si basa sul fatto che a lei si sopravvive. Ciò che dice Canetti sul motivo più importante che ispira il dittatore, e cioè che egli vuole veder morire il maggior numero di uomini possibile prima che egli stesso crepi, si trova qui rispecchiato in coloro che lo esecrano.

                In questo senso anche su questa meravigliosa sensazione di gioia pesa ancora qualcosa di barbarico, anche se rivolto contro i nemici dell´umanità. E´ lecito dunque gioire o no? Le immagini della caduta di Saddam Hussein, se non sono falsate, appaiono altamente sospette. Il sollievo è un moto dell´animo a cui è meglio non cedere. Ben più meritorio è diffidare e ammonire, e se i pacifisti costringono se stessi a dire una parola sulla vittoria, appare loro una cosa forzata, in qualche modo penosa, il fatto che ci siano iracheni i quali salutano i loro invasori! A nessuno piace star lì a fare brutte figure.
                Non è la prima figuraccia che fanno coloro che diffidano e ammoniscono, non è la prima volta che le preoccupazioni che tormentano i tedeschi si sono rivelate precipitose. Non è passato molto tempo da quando la Rdt passava qui da noi per incrollabile; era ritenuta una delle nazioni industriali più avanzate del mondo; la socialdemocrazia faceva di tutto per stabilire un accordo con la Sed; la Solidarnosc polacca era vista come pericolosa perturbatrice della pace. La stabilità era tutto, l´Unione Sovietica era un colosso invincibile che solo gli americani e altri partecipanti alla guerra fredda riuscivano a irritare, mentre gli eroici assedianti di Mutlangen si adoperavano contro il provocatorio riarmo degli USA. Strano, e per molti della sinistra estremamente irritante, fu che il colosso poggiava su piedi d´argilla!
                Anche la Serbia di Slobodan Milosevic si sarebbe dovuta trattare, grazie all´amata pace, con le molle, ogni intervento nei Balcani avrebbe minacciato di suscitare un incendio di incalcolabili dimensioni. E i talebani! Chi li avesse attaccati, avrebbe avuto contro l´intero mondo islamico, un quadro apocalittico.
                Un coro simile di sopravvalutazione si poteva udire sull´Iraq. Secondo questo coro, ci si esercitava in una sorta di cataplessia – il pacifista prendeva l´atteggiamento del coniglio di fronte al serpente: «Il governo federale dispone di diversi studi, tra cui documenti Onu, secondo i quali si calcolano da 40.000 a 200.000 vittime di azioni militari. Si teme che moriranno altre 200.000 persone in conseguenza della guerra» (Jurgen Trittin). «Gli iracheni avevano un anno di tempo per prepararsi alla guerra. E ciò è dimostrato dal fatto che si siano attrezzati per una grande battaglia per Bagdad» (Stig Forster, storico militare). «Un attacco avrebbe come conseguenza che il Medio e l´Estremo Oriente esplodono» (Angelika Beer, presidente dei Verdi).
                Secondo dati iracheni ci sono state in questa campagna di guerra 1300 vittime civili; dalla parte della coalizione dovrebbero essere caduti 153 soldati. Non bisogna prendere per buone queste cifre. Ma è certo che una guerra di tali dimensioni non ha mai avuto così poche vittime come questa. Mai queste vittime sono state mostrate con tanta enfasi in tutti i media, comprese quelle dei vincitori.
                Questa compassione fa un singolare contrasto che produce l´oscuramento di altri fatti: durante il conflitto iracheno, in Congo sono stati uccisi almeno mille civili nelle cosiddette guerre fra tribù – per i grandi media un fait divers. In tutto il mondo altre trenta guerre, spesso molto più crudeli, rimangono nell´ombra. Anche i tedeschi sembra che non si ricordino di Amburgo, Colonia, Norimberga, Berlino e Dresda – forse perché ogni paragone mostrerebbe con quanta cautela ha agito questa volta la coalizione angloamericana.
                In genere tra i pacifisti regna sovrana la curiosa idea che in una guerra che loro volevano impedire e che avviene nonostante tutto, in ogni caso non ci debbano essere morti. Una pretesa che si potrebbe definire commovente se non andasse a finire in una perdita della realtà che in senso politico non promette nulla di buono e che viene superata solo dal rifiuto della realtà del mondo arabo dove la consuetudine preferita è l´illusione. Il desiderio di dominare le menti sembra predominare là in modo smisurato e, ancor più funesto, è l´auspicio di essere un modello a cui ispirarsi appassionatamente: Nasser, Arafat, Gheddafi, Bin Laden, Saddam Hussein…
                Quanto spesso – e quanto impunemente – è già stato detto: il codice della politica non è uguale a quello della morale. Molte persone indignate non riescono a fare questa distinzione. Il loro atteggiamento curiosamente conformista si accompagna a una superiorità morale che stupisce. Forse è questa la ragione per la quale la loro critica ha un certo odore specifico. Fariseismo e ipocrisia s´impadroniscono presto o tardi della maggior parte dei contestatori. «Niente sangue per il petrolio»: uno slogan efficace, anche se risuona sulla bocca di gente che attribuisce il massimo valore alla loro automobile, al riscaldamento, ai loro viaggi di piacere e il cui sdegno troverebbe presto un altro bersaglio se i distributori di benzina fossero vuoti, se il termometro stesse sotto zero e i voli per Maiorca fossero dirottati.
                Per quel che riguarda l´asse Parigi-Berlino-Mosca, vengono imputati agli americani motivi bassi, materiali, avidi, mentre i propri rimangono al buio. Russia e Francia hanno enormi interessi economici in Iraq, non ultimo in traffici di petrolio e di armi, e la Repubblica federale tedesca per decenni si è distinta nelle esportazioni di armamenti in Iraq. E´ una realtà che le sanzioni inflitte dalle Nazioni Unite alla popolazione dell´Iraq hanno avuto conseguenze molto più devastanti della guerra; stime delle vittime si aggirano sulle centinaia di migliaia. Dai pacifisti sono stati bollati per questa ragione. Se fosse stato per loro, sarebbe rimasto il regime e con esso le sanzioni stabilite dall´Onu.
                Un desiderio più plausibile di quello di aver il massimo riguardo per la dittatura irachena è quello di creare in Iraq condizioni democratiche. A ciò si obietta che le tradizioni religiose e politiche di quella regione rendono questo desiderio una illusione. A parte il fatto che tali argomenti non sono del tutto privi di presunzione coloniale, tacciono il fatto che un regime come quello iracheno ha poco in comune con le forme di potere del mondo islamico; è un modem, un veicolo di comunicazione, nel senso più funesto e deve molto della sua sostanza al modello della Germania nazista e dell´Unione Sovietica.
                Ma non c´è nulla che ad una società costerebbe più caro di un sistema totalitario. Il terrore che esso esercita non è solo di natura fisica; non si limita solo a tortura e uccisione. Una dittatura di questo genere provoca perdite nella sostanza umana che si riscontrano ancora dopo decenni dalla sua fine. Comincia con l´espulsione e la fuga dei migliori, una perdita dalla quale una società non si riprende mai del tutto. (Russia 1917, Germania 1933, Spagna 1935, Iran 1953, Argentina 1976, Iugoslavia 1991, ecc; anche questa lista si potrebbe allungare notevolmente). La mentalità della maggioranza che rimane, cambia in modo tanto più durevole quanto più dura la dittatura. Deficit di civilizzazione, mancanza di diritti e di responsabilità prendono il sopravvento, si arriva a disturbi di percezione e al calo dei freni inibitori. Solo dopo il crollo di tali regimi emergono questi danni a lunga scadenza. La risocializzazione di un intero popolo è un processo estremamente lungo e complicato, cosa che proprio ai tedeschi non dovrebbe essere sfuggita.
                Si può calcolare che ogni problema che emerge in questi casi viene addossato a coloro che hanno rimosso il regime. Anche se gli americani e gli inglesi in Iraq facessero miracoli, ciò varrebbe solo come prova della loro ambiguità.
                L´oggetto dell´odio dei nemici della guerra nel presente conflitto non è Saddam Hussein, bensì G.W.Bush – un fatto che pur sempre necessita una spiegazione. I più radicali portavoce delle sinistre, degli islamisti e del nazionalismo arabo parlano, quando si domanda loro del dittatore – dato che da soli parlano solo malvolentieri di lui e del suo operato – di una perfetta simmetria tra Bush e Saddam; il più pericoloso, essi dicono, è in ogni caso il primo.
                Lo stesso manicheismo che i suoi critici rimproverano al presidente americano, contraddistingue loro stessi. Entrambi vorrebbero localizzare il male in modo netto, gli uni in Iraq, gli altri in Usa. Che bene e male abitino antropologicamente in un solo petto, non se lo possono immaginare con la migliore volontà.
                La differenza fra i sistemi politici degli Stati Uniti d´America e quelli della Repubblica irachena sembra che non la conoscano, oppure che la ritengano irrilevante. Non c´è da meravigliarsi che gli europei dell´est abbiano poco a che fare con questo paragone. A loro la mancanza di fantasia dei nemici della guerra appare grottesca; le loro esperienze storiche li aiutano a notare le sfumature come la differenza fra vita e morte.
                E´ da notare in particolare la circostanza che anche molti tedeschi sono affezionati alla retorica dell´appeasement come se non avessero mai vissuto sotto un regime totalitario. Motivi sufficienti per mettere fine alla dittatura in Iraq la maggior parte di essi non li sapeva trovare; non che le augurassero una vita eterna – questo sarebbe stato troppo – , ma ogni passo decisivo che poteva servire a rimuovere la tirannia, è stato biasimato. Nonostante le esperienze tedesche, o addirittura grazie ad esse? Forse è permesso ricordarsi di quanto sia stato e sia ancora difficile per i tedeschi percepire la sconfitta del regime nazista come liberazione – si chiamò invece "il crollo", e gli alleati erano "l´occupazione". Ai primi graffiti del dopoguerra appartiene lo slogan "Ami go home". Anche la fine della dittatura della Germania dell´est non parve opportuna a tutti gli abitanti del Paese.
                E´ ovvio che la gratitudine non è una categoria politica. Il fatto che la Germania sia stata salvata dagli alleati occidentali e che senza di loro ci sarebbe ancora oggi il Muro, vanifica le aspettative di ogni tipo di ringraziamento. Del resto sorprende la perdita di memoria che qui si manifesta. Un po´ più di coraggio per la libertà, una parvenza di minore presunzione non guasterebbe in questo contesto.

                (trad. di Paola Sorge)