“Commenti&Analisi” Le frontiere del petrolio – di R.Goldstein

21/02/2003



21 febbraio 2003

        Le frontiere del petrolio
        Per avere greggio sicuro occorre ridisegnare il Medio oriente. E per farlo, secondo la «teoria dei birilli» di Richard Perle, bisogna far saltare un paese. E così dall’Iraq, risalendo una corrente di rapporti segreti e indagini vietate, si arriva alla task force per l’energia guidata da Dick Cheney

        RITT GOLDSTEIN


        Mentre gli slogan contro «la guerra per il petrolio» mostrano un’opinione pubblica sempre più scettica, l’amministrazione Bush continua a procedere come un bulldozer verso uno schiacciante rendez-vous con l’Iraq. Ma un documento del dipartimento della difesa recentemente dissepolto rivela che in verità, nell’agenda del Pentagono, c’è l’uso della «forza militare al fine di garantire l’accesso alle risorse». Il rapporto Strategic Assessment 1999 («Valutazione strategica 1999»), predisposto per i capi di stato maggiore congiunti e per il ministro della difesa, recitava: «la questione dell’energia e quella delle risorse continueranno a informare la sicurezza internazionale». Il rapporto prevedeva esplicitamente potenziali «conflitti sugli impianti produttivi e sulle rotte dei trasporti», particolarmente nel Golfo persico e nelle regioni del Caspio. E in quella che molti giudicheranno una fastidiosa analogia con gli eventi attuali, Strategic Assessment 1999 poneva l’attenzione sulla ricerca da parte della Gran Bretagna, prima della seconda guerra mondiale, di un approccio in cui «il controllo sul territorio era visto come essenziale per garantire l’approvvigionamento delle risorse».

        Curiosamente il rapporto, all’opposto dell’amministrazione Bush e di risultati indipendenti, dipingeva un quadro di «petrolio abbondante». Ciononostante, Strategic Assessment 1999 rilevava il fatto che approvvigionamenti insufficienti «potrebbero esacerbare le sottostanti differenze politiche e fare da catalizzatore a conflitti regionali». E attualmente è ampiamente riconosciuto che l’America sta attraversando quella che è stata definita una «crisi energetica».

        Il rapporto è stato predisposto dall’Istituto per gli studi strategici nazionali, che fa parte dell’Università della difesa nazionale (appartenente a sua volta al dipartimento della difesa), che si trova a Fort McNair, Washington. L’Istituto per gli studi strategici nazionali fu istituito dal ministro della difesa nel 1984, e il suo compito principale è di «ricerca e analisi» per i capi di stato maggiore congiunti, il ministro della difesa e altri organismi governativi Usa per la sicurezza e la difesa. Ma questa prova schiacciante sul dipartimento della difesa è collegata a un’altra.

        Nel 2001 il vice-presidente Usa Dick Cheney ha diretto una task force sull’energia (National Energy Policy Development Group) che doveva mettere a punto una politica nazionale sull’energia con cui affrontare la penuria di approvvigionamenti che comincia a profilarsi per l’America. Ed era stato chiesto che alla task force di Cheney partecipasse anche il dipartimento della difesa.

        All’inizio della presidenza Bush era stato commissionato un altro rapporto, Strategic Energy Challenges for the 21st Century («Sfide energetiche strategiche per il XXI secolo»). Il documento congiunto è stato preparato dal potente Us Council on Foreign Relations insieme al James Baker Institute for Public Policy. Ed era stato questo rapporto a chiedere la partecipazione del dipartimento della difesa alla task force sull’energia, sostenendo anche la legittimità dell’«intervento militare» pur di assicurare gli approvvigionamenti di petrolio.

        L’enorme potere dello Us Council on Foreign Relations è testimoniato dal fatto che, tra i suoi membri, esso conta persone come gli ex segretari di stato Henry Kissinger e James Baker, oltre allo stesso vicepresidente. E così pochi saranno sorpresi nell’apprendere che l’amministrazione Bush ha fatto ogni sforzo per tenere nascosti i partecipanti e contenuto delle riunioni della task force di Cheney sull’energia.Commentando questo comportamento, il parlamentare Henry Waxman (democratico, California), capo del gruppo di minoranza della Commissione sulla riforma del governo, ha detto che «la Casa Bianca dovrebbe sforzarsi di dire sinceramente la verità sulle attività della task force e smettere di nascondere informazioni che il Congresso e l’opinione pubblica hanno il diritto di conoscere». La cortina innalzata dalla difesa ha provocato anche svariate azioni legali sia da parte di gruppi di interesse pubblico, sia del General Accounting Office, il braccio investigativo del Congresso. A seguito del confronto con la task force di Cheney, il Gao ha avviato la sua prima azione legale in 81 anni di storia, che però è stata bocciata questo dicembre dal giudice federale John Bates. Bates, recentemente nominato da Bush, ha deciso che il Gao non aveva elementi per procedere contro Cheney, o qualunque altro rappresentante dell’esecutivo, al fine di ottenere informazioni.

        Commentando tale decisione, l’ex consulente presidenziale repubblicano John Dean ha scritto: «La situazione attuale è assurda». Dean proseguiva denunciando il fatto che, in base alla sentenza di Bates, un qualunque cittadino americano ha più potere del braccio investigativo del Congresso di pretendere la diffusione di informazioni da parte del governo.

        Passando a ciò che molti percepiscono come il vero motivo della sentenza, il parlamentare John Dingle (democratico, Minnesota), capo del gruppo di minoranza della Commissione sull’energia e il commercio ha accusato: «E’ deplorevole, ma non sorprendente, che un giudice federale di nuova nomina scelga di guardare dall’altra parte. Nel prossimo futuro, a quanto pare, l’omertà sul vicepresidente Cheney continuerà». E riassumendo la questione principale, l’ex candidato alla vicepresidenza Usa, il senatore Joseph Lieberman, ha chiesto: «Che cosa ci stanno nascondendo?».

        Mentre la maggior parte delle speculazioni riguardanti la task force di Cheney si sono concentrate sui suoi rapporti con l’industria energetica, le implicazioni militari delle deliberazioni della task force – l’intervento militare per assicurare gli approvvigionamenti di petrolio e di gas – deve ancora essere affrontato. Ma il documento Strategic Energy Policy Challenges for the 21st Century pronosticava la fine del greggio a basso prezzo e abbondante, definendo il petrolio come un «imperativo per la sicurezza» e auspicando una «nuova valutazione del ruolo dell’energia nella politica estera americana». E le indicazioni per una nuova valutazione abbondano.

        Secondo l’agenzia France Presse il generale William Kernan, comandante in capo del comando delle forze congiunte d’America, ha rivelato che lo scenario della battaglia per la guerra afghana era oggetto di discussione nel maggio 2001 – un mese dopo la pubblicazione del documento di Cheney National Energy Policy. Il generale Kernan ha lasciato cadere questa rivelazione in modo apparentemente casuale mentre discuteva le virtù dei giochi di guerra del «Millennium Challenge» [esercitazione militare Usa, ndt]. E nel contesto degli eventi attuali, Cheney era legato ai piani per far cadere l’Iraq e ridisegnare il Medio oriente già molto prima.

        Nel 1992 è stato fatto giungere al New York Times il documento Pentagon Defense Planning Guidance, predisposto da Paul Wolfowitz e Lewis Libby, all’epoca i due vice del segretario alla difesa Cheney. Secondo Leslie Gelb, editorialista del New York Times, il documento avrebbe «fatto degli Usa l’unico gendarme al mondo», e definirebbe le materie prime, «in particolare il petrolio del golfo persico», di vitale importanza. Oggi Libby è il capo dello staff di Cheney, e Wolfowitz è il principale collaboratore del segretario alla difesa Donald Rumsfeld. Entrambi, insieme a Dick Cheney e al super-falco Richard Perle, sono tra i venticinque soci fondatori del Pnac (Project for a New American Century), un gruppo che mira a «promuovere e allargare il consenso per una leadership globale americana».

        Nel 1996 Richard Perle ha avuto un ruolo centrale nel disegnare un piano per allargare i confini della Giordania, piano che sembra essere parzialmente riflesso nell’attuale politica sul Medio oriente dell’amministrazione. A quell’epoca Perle e l’attuale sottosegretario alla difesa Douglas Feith erano stati fra gli autori di un rapporto predisposto per il governo entrante dell’allora primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu. Il gruppo era presieduto da Perle. Il rapporto, A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm, pronosticava: «Il futuro dell’Iraq potrebbe influenzare profondamente l’equilibrio strategico in Medio oriente». Una delle raccomandazioni contenute nel rapporto era di sostenere il tentativo della Giordania di portare la monarchia hascemita a un trono iracheno.

        In una presentazione del 10 luglio 2002 al Defense Policy Board – un gruppo di consulenza del Pentagono – Lauret Murawiec, analista della Rand Corporation, vedeva l’«Iraq come il fulcro tattico, l’Arabia Saudita come il fulcro strategico, l’Egitto come il premio». Ed era stato Richard Perle, ora presidente del Defense Policy Board designato dal segretario alla difesa Donald Rumsfeld, a organizzare il briefing. Ancora una volta, veniva promossa un’agenda politica in cui l’Iraq era usato come trampolino per trasformare l’intera regione.

        Secondo il quotidiano britannico The Guardian, questo deriva dalla cosiddetta "teoria dei birilli" della politica mediorientale, una teoria le cui origini vengono fatte in parte risalire al rapporto di Perle del 1996. Essa sostiene che un colpo inferto all’Iraq abbatterebbe svariati regimi insieme con quello iracheno. E così, anche se l’anno scorso il presidente egiziano Hosni Mubarak avvertiva che attaccare l’Iraq avrebbe avuto «ripercussioni e conseguenze», esprimendo il timore che la regione possa divenire preda del caos, l’obiettivo stesso dell’approccio «dei birilli» è proprio il caos nella regione. La teoria dei birilli confermerebbe le osservazioni di analisti dell’Iraq, come Raad Alkadiri (che lavora a Washington) il quale ha detto: «l’obiettivo non è semplicemente un nuovo regime in Iraq; l’obiettivo è un nuovo Medio oriente».

        Traduzione di Marina ImpallomeniCopyright Ritt Goldstein/il manifesto