“Commenti&Analisi” Le due vie (in salita) del dialogo (M.Salvati)

08/07/2004


        giovedì 8 luglio 2004

        Quale concertazione

        Le due vie (in salita) del dialogo

        di MICHELE SALVATI

        Sulla «concertazione» bisogna intendersi. La concertazione è un modo di fare politica economica da parte dei governi coinvolgendo nella definizione e poi nell’attuazione della stessa le grandi associazioni rappresentative degli interessi economici, principalmente i sindacati e le organizzazioni imprenditoriali. E’ il governo che, di solito, domanda concertazione e sono le associazioni d’interesse che, se gli conviene, la offrono. Questo è avvenuto nella grande fase concertativa della politica economica italiana, tra il 1992 e il 1997, e soprattutto nei due grandi accordi del luglio 1992 (Amato) e 1993 (Ciampi), quelli che consentirono di ridurre fortemente il differenziale di inflazione del nostro Paese e di porre le basi per il suo risanamento finanziario. In precedenza, nella prima Repubblica, di concertazione si parlava molto e i governi la domandavano incessantemente, ma di concertazione efficace se ne faceva ben poca, soprattutto perché i sindacati, alcuni più vicini ai partiti di governo, altri al grande partito d’opposizione, non si mettevano d’accordo se e come offrirla. In seguito, col governo di centrodestra che è tuttora in carica, si smise anche di parlarne, preferendosi usare l’espressione più generica adottata nei documenti dell’Unione Europea, «dialogo sociale». Un dialogo che di fatto finì per stabilirsi, in modo saltuario, solo con la Cisl, in presenza di un’opposizione intransigente della Cgil.

        Sia ben chiaro. Nulla impone al governo di fare politica economica mediante concertazione. I miei colleghi anglosassoni sbarrano gli occhi per lo stupore quando racconto del coinvolgimento dei sindacati e di Confindustria nelle politiche economiche del nostro Paese: da loro, in presenza di interessi meno organizzati centralmente, di un contesto sociale ed economico fortemente pluralistico, la concertazione neppure è possibile.

        In quei Paesi c’è poi molto
        lobbying , continue pressioni degli interessi sulla legislazione e sul governo: ma questa non è concertazione. Sulle condizioni che favoriscono o danneggiano la concertazione come modo di governo efficace sono state scritte biblioteche (in termini dotti si parla di «neo-corporativismo»). Per ora volevo solo sottolineare che quando l’attuale presidente di Confindustria parla di concertazione fa insieme due cose distinte: da un lato egli auspica la ripresa di un processo concertativo vero e proprio, tra governo e gruppi di interesse; dall’altro egli si impegna ad accordi con tutti i sindacati su temi di interesse comune, com’è nella facoltà di parti private stipulare.

        Tutto ciò, naturalmente, ha un significato politico. Tornando a parlare di concertazione e stabilendo rapporti cordiali con tutti i sindacati (inclusa la Cgil) egli assume implicitamente una posizione critica nei confronti dell’attuale governo, che la concertazione aveva abbandonato ed aveva cercato di dividere il sindacato. Così facendo, inoltre, egli stabilisce una evidente discontinuità con la precedente gestione di Confindustria: solo troppo tardi D’Amato s’era accorto che l’apertura di credito concessa al governo di centro-destra era stata eccessiva e che il collateralismo, per una grande associazione di imprese, è sempre un errore, per quanto vicina sembri essere la posizione del governo a quella degli interessi imprenditoriali. Per ora non si è andati molto oltre: i pochi temi cui si è fatto riferimento (il legame tra salari e produttività, l’impegno comune per la formazione e la ricerca, la crucialità del problema Mezzogiorno) sono appena abbozzati e bisognerà attendere l’incontro della prossima settimana per capire se scaturiranno intese più concrete.


        Intese che poi potranno risolversi in contratti collettivi e accordi bilaterali, o dovranno essere portate, come posizione comune, sul tavolo della concertazione col governo.


        Politicamente il messaggio è però chiaro e il momento è opportuno. Il nostro Paese vive un momento di grave difficoltà e tutte le risorse di cui disponiamo devono essere raccolte per farvi fronte. Per tutti ci saranno delle rinunce da fare, dei sacrifici da subire, delle autocritiche da recitare, in vista del bene comune: «concertare» sembra un parente prossimo di «fare squadra», la frase preferita da Luca di Montezemolo, e non mi meraviglia che gli piaccia.


        Ma fare squadra è un rapporto tra persone, ognuna responsabile per se stessa; concertazione è un rapporto tra rappresentanti politici o di interessi, con alle spalle organizzazioni controllate a fatica. Tanti auguri, presidente: a noi non rimane altro se non sperare che la convinzione oggi più diffusa – che il momento magico della concertazione appartenga al passato – sia smentita dal suo impegno e dal suo entusiasmo.

        Michele Salvati
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