“Commenti&Analisi” Le due Italie così lontane (I.Diamanti)

02/02/2004


DOMENICA 1 FEBBRAIO 2004

 
 
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Le due Italie così lontane

          ILVO DIAMANTI

          È come vi fossero due Italie. Due diverse verità. Due diversi modi di guardare e di leggere la realtà. Due diversi piani di confronto e di scontro politico. Due mondi che faticano a comunicare. L´Italia che viviamo e quella che vediamo. L´Italia media e quella dei media. L´Italia che sperimentiamo e quella che ci viene narrata. Due storie diverse. Due vite parallele. E lontane. Il mondo della vita e dell´esperienza quotidiana appare attraversato da inquietudini crescenti. Collegate al reddito, alla sicurezza, alle pensioni, ai prezzi, alle insidie per i risparmiatori e all´impossibilità di risparmiare, all´impoverimento della media sociale. All´economia che non marcia. Alle grandi imprese che si scoprono gusci vuoti. Preme, la vita con i suoi problemi. Con le sue trappole, disposte lungo il percorso quotidiano delle persone.
          Eppure, sui media passa un altro film. Un´altra Italia. Dalle tinte pastello. Effetto flou. Eppure, mentre emerge una "questione sociale", che non riguarda più solo gli immigrati, il centro del dibattito politico è occupato dalla "questione mediatica". Mai come in queste ultime settimane, in questi ultimi mesi sui media si è polemizzato così tanto a proposito dei media. Un gioco di specchi, in cui gli occhi e la testa rischiano di perdersi.
          L´Italia virtuale. Non l´Italia media, ma l´Italia dei media. I media. Non solo raccontano un´Italia diversa da quella che incontriamo, ogni giorno, nella nostra vita in diretta. Ma, a loro volta, sembra costituiscano l´unica, vera, piazza dove valga la pena di fare politica. Scontrarsi. Per conquistarne anche un solo metro (o minuto di trasmissione… ).
          D´altronde, per due anni si è parlato di riforma del sistema radiotelevisivo. E nelle ultime settimane, dopo che il presidente Ciampi ha rinviato alle Camere la legge Gasparri, le polemiche sull´argomento sono riprese violente, fra le coalizioni. Ma anche fra i giornalisti e i dirigenti Rai.
          Nell´ultima settimana, ad esempio, i giornalisti del Tg1 hanno polemizzato apertamente con il direttore. La vicedirettrice si è "dissociata" dalla conduzione del telegiornale. Lamentano che l´informazione sarebbe addomesticata. Un regime di pluralismo limitato e vigilato. (Dove i residui spazi di informazione sgradita sono definiti dal premier, ma solo per facezia, «soviet»). L´opposizione, schiacciata, nei notiziari, come una fetta di prosciutto in un panino. Perché ogni servizio politico è aperto da una voce della maggioranza, seguito da un parere dell´opposizione, concluso da una figura di governo. D´altronde, chi governa, in democrazia, deve avere sempre l´ultima parola. Lamentano, i giornalisti televisivi (cui fa eco l´Usigrai), di essere diventati dei «ripetitori». Al più, degli esperti di mixaggio, di servizi preconfezionati. Visto che si limitano a montare immagini e interviste già registrate. Degli addetti stampa. Di ministri e uomini politici. Lamentano ancora, i giornalisti del Tg1, che la società, con i suoi problemi e con le sue tensioni, è svanita. Sostituita dal costume, dagli stili di vita. Riscritta, estetizzata. La nostra vita, la nostra realtà, narrate come un feuilleton. Sottoposte a un lifting continuo, per ammorbidirne le rughe, suturarne le ferite, cancellarne le cicatrici. La povertà, i conflitti sociali, le crisi aziendali, le truffe ai danni dei risparmiatori. Tutto riassorbito, nei telesalotti serali. Dove "nera" e "rosa" si contaminano. Dove siedono, vicino, starlette e leader politici, chirurghi estetici e sindacalisti, grandi imprenditori e cuochi. Dove i cuochi e le starlette parlano di politica, povertà e fecondazione assistita; gli imprenditori, i chirurghi e soprattutto i leader politici cantano, ballano. E soprattutto cucinano.
          È un´altra Italia. Dove si celebra il culto della personalità. Anzitutto e al di là di ogni disegno politico, perché i media, la televisione richiedono volti, persone. Parole semplici. Slogan. Ed eventi epici. Un´arte di cui, senza possibilità di paragone, è maestro il premier. Come ha dimostrato la convention di Fi, una settimana fa. Esplosa dopo un mese di loquace silenzio. Il Palaeur colmo di pubblico festante. Ministri, leader e sacerdoti politici in prima fila. A celebrare il grande ritorno. Il leader ritrovato e rinnovato. Il lifting da esibire, segno di cambiamento nella continuità. Il leader e il "suo" teatro, che la televisione ha riprodotto e riverberato in diretta e in differita, in versione integrale e per brani. Come un concerto rock. Mancavano solo gli accendini. Ma tutto il resto c´era. Compreso il coinvolgimento del pubblico, invitato ad accompagnare, con applausi e cori, il leader-cantautore. Un rito preparato da specialisti della comunicazione. Dove l´emozione conta più delle parole (peraltro le stesse di sempre. Magistrati, comunisti; magistrati comunisti; risparmiatori, libertà, libertà, libertà. Nessuno le ricorda più. Perché non serve. Basta ripetere all´infinito. Come un rap). Un evento ripreso dalla troupe di fiducia. (Con gli operatori Rai tenuti a distanza. Da vicino avrebbero potuto restituire le cicatrici del viso). D´altronde, è da anni che il premier non affronta i giornalisti né tanto meno i leader di parte avversa "senza rete". In conferenze stampa o dibattiti aperti. Ed è da anni, fin dall´esordio, che la sua "comunicazione pubblica" è affidata agli specialisti e ai tecnici del suo staff, delle "sue" reti.
          Due Italie. Distanti. Né c´è da sperare che la tensione fra le due rappresentazioni si riduca. C´è, anzi, una relazione stretta fra la drammatizzazione della vita quotidiana e la pressione esercitata sui media.
          Non può permettersi, il premier, di rinunciare alla politica come marketing e comunicazione. Proprio oggi. Che la realtà sociale ed economica sfugge al disegno e alla narrazione che egli ne ha offerto, fin dal suo avvento. Non può. Perché Berlusconi ha usato i media non tanto per "spostare voti", ma per narrare alla "media sociale" una vicenda in cui potesse riconoscersi e rispecchiarsi. Una storia di straordinaria normalità. L´uomo venuto dal nulla, divenuto imprenditore di successo. In ogni campo. Nell´edilizia come nella comunicazione e nello sport. In grado, per questo, di trasformare anche l´azienda-Italia. Berlusconi. Oggi che l´azienda-Italia ha i conti in rosso; che la "media sociale" – il suo elettorato: artigiani, pensionati, casalinghe. massaie ? non crede più ai sogni e indulge alla delusione. Proprio oggi. Non può, Berlusconi, lasciare che la vita reale prenda il sopravvento sulla versione rosa offerta dalla televisione. Che la delusione sociale dilaghi sugli schermi. Non può permetterselo. Berlusconi. Perché la delusione erode il consenso elettorale di Fi. E perché la costruzione mediatica gli permette di dare unità e coerenza a un partito e a una coalizione oggi in fase dissociativa. Ha bisogno (lui, non gli avversari) di accreditare l´immagine (falsa) del partito virtuale. Perché Fi non è un partito di plastica. È un partito vero, con una base sociale ampia, sparsa nel contesto nazionale. Ma è diviso. Per territorio, identità e interessi. Logiche organizzative. E il discorso vale ? a maggior titolo ? per la coalizione. Anche per questo Berlusconi ha bisogno di imporre la propria immagine, attraverso i media. Per riassumere e ridurre le lacerazioni che si stanno producendo nella società; nella "sua" organizzazione; nel "suo" partito. Nella "sua" maggioranza.
          Tuttavia, non è solo Berlusconi, non è solo la maggioranza a costruire il mito dell´Italia mediatica. Vi contribuisce, in misura ampia, il centrosinistra. Che partecipa, da comprimario, alla spartizione degli incarichi radiotelevisivi; presenzia, con i suoi leader massimi e minimi, ai telesalotti (tanto che uno di loro si è vantato di non aver mai incontrato, di persona, un suo elettore. Neppure per sbaglio). Oppure interpreta l´opposizione in stile mediatico, in diretta concorrenza con radiozorri e telegabibbi. Convinto, il centrosinistra, che la politica ormai si concentri nelle piazze mediatiche. Anche se il rumore che giunge, sempre più forte, dalle piazze reali, dovrebbe suscitare almeno qualche sospetto.
          Per questo è probabile che la drammatizzazione dell´Italia mediale, invece di affievolirsi, cresca di intensità. E raggiunga livelli estremi, nel corso della lunga stagione elettorale, appena iniziata. E´ probabile, dunque, che l´Italia dell´esperienza sia destinata ad allontanarsi ancora dall´Italia dell´evidenza. Fino a renderci più strabici e schizofrenici. Tuttavia, abbiamo l´impressione, e qualcosa di più, che questa dissociazione ? fra l´homo videns e l´homo vivens – non possa durare troppo a lungo. Che, alla fine, la vita prenderà il sopravvento. E gli occhi si sposteranno dallo schermo al mondo. Si è fatto troppo duro, il gioco, per venire ridotto a un videogame.