“Commenti&Analisi” Le due anime americane – di S.Silvestri

14/04/2003



              Lunedí 14 Aprile 2003


              Le due anime americane


              DI STEFANO SILVESTRI

              La battaglia di Tikrit è finita non appena iniziata, ed ora il futuro dell’Irak dipende interamente dalle scelte dei vincitori, non facili, né indolori. A Washington l’entusiasmo per un successo anche più rapido del previsto si stempera in un duro dibattito sulle decisioni da prendere perché questa guerra non si riveli poi inutile o addirittura controproduttiva. Oltre alle differenze democratici- repubblicani, è in corso una sorta di braccio di ferro tra le due anime dell’amministrazione Bush. Da una parte quella più ideologica dei neo-conservatori (i "neocons"), che sembrano godere dell’appoggio del Pentagono e del vice-Presidente.

              Dall’altra quella più pragmatica e tradizionale (i cui partigiani si definiscono "realists"), che piace di più al Dipartimento di Stato e alla maggioranza del Congresso. L’ago della bilancia è George W. Bush, che però in genere decide solo all’ultimo minuto, creando così non pochi problemi di coerenza e anche di immagine, poiché nessuno, né all’interno né all’estero, può prevedere con certezza le scelte dell’America. È ormai chiaro, ad esempio, che gli Usa torneranno al Consiglio di Sicurezza Onu per ottenere al più presto un certo numero di decisioni essenziali ad aiutare la ricostruzione dell’Irak, come la fine del regime delle sanzioni e la fine o la completa revisione del programma "oil for food" che affida alle Nazioni Unite il controllo delle esportazioni di petrolio irachene e della gestione dei loro proventi. Nello stesso tempo però non si capisce bene se Washington è disposta anche a riconoscere all’Onu un ruolo chiave per la legittimazione del prossimo governo provvisorio iracheno (come suggeriscono le grandi organizzazioni internazionali, comprese quelle finanziarie, che avrebbero altrimenti grandi difficoltà a finanziarne il futuro, e come sembrano suggerire anche i ministri dell’economia del G-7). Anche perché un illustre esponente "neocon", il sottosegretario alla Difesa Wolfowitz, ha sostenuto la tesi di chi vuole esercitare un approccio "punitivo" nei confronti di paesi chiave come la Francia e la Russia, proponendo di cancellare unilateralmente i crediti che essi vantano nei confronti dell’Irak: un suggerimento tanto ardito da rasentare l’assurdo (anche perché molto probabilmente illegale, anche secondo la legge americana), che però ha la conseguenza di tenere alta la tensione, invece di favorire il compromesso. Il che probabilmente è la ragione prima di tale uscita. Questa incertezza finisce per alimentare le voci più disparate sul futuro del Medio Oriente, oltre che dell’Irak. Malgrado le smentite, non si placano le voci di coloro che pensano che la guerra potrebbe ora estendersi alla Siria ("colpevole" di essere un’altra dittatura, di aver preso posizione contro la guerra ed ora, forse, di ospitare qualche ex-gerarca iracheno) o magari all’Iran (quest’ultimo "colpevole" di essere ancora dominato da un gruppo di fondamentalisti radicali e di sviluppare, forse, un programma per dotarsi di armi nucleari). Al Dipartimento di Stato si esclude questa possibilità. Al Pentagono ci si dice "aperti ad ogni eventualità". Comunque nessuno pensa ad azioni a breve scadenza, ma resta il fatto che l’Amministrazione americana invia segnali contraddittori. In tutto questo resta la domanda se e come gli alleati e gli interlocutori degli Stati Uniti possono influenzare le scelte del Presidente americano. Gli europei non partono favoriti perché restano ancora divisi. Si fa ancora un gran parlare della "nuova Europa" (quella che si sarebbe vista alle Azzorre) e della "vecchia Europa" (quella che si sarebbe riunita a San Pietroburgo), ma la realtà è che né l’una, né l’altra sono considerate "indispensabili" dai vertici americani, soprattutto perché il permanere della divisione fra di esse conferma l’Amministrazione Bush nella sua convinzione che, quale che sia la scelta finale, essa sarà comunque in grado di "arruolare" nel suo campo un certo numero di paesi europei. Diversa sarebbe la situazione se gli europei riuscissero a ricompattarsi su alcune posizioni comuni chiare e ben delimitate. Ciò non dovrebbe essere di per sé impossibile, anche perché esiste un interesse comune evidente ad evitare che a Washington si affermi il predominio, sia pure temporaneo, dei "neocons" che non solo non hanno una particolare ammirazione per l’Unione Europea (posizione questa che condividono con una buona parte dei "realists"), ma che in più amerebbero attivamente smantellarla, mentre gli altri sono disposti a conviverci. I tempi sono abbastanza stretti. La rapida fine della guerra ha però sorpreso anche i più ottimisti e questo lascia un certo margine all’iniziativa politica europea. A condizione che si materializzi.