“Commenti&Analisi” Le cinque sfide per la riforma delle professioni (M.Clarich)

03/11/2003



      Domenica 02 Novembre 2003

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      Realtà italiana e principo Ue
      ROMA – Il monito del commissario Ue Mario Monti a liberalizzare le professioni rilancia il dibattito sui punti controversi della riforma.
      Le cinque sfide per la riforma delle professioni
      DI MARCELLO CLARICH
      Il tempo si è fatto breve. Anche per le libere professioni si avvicina il momento della scelta: resistere a ogni tentativo di liberalizzare il settore, oppure essere parti attive di un processo di riforma che altrimenti rischia di passare sopra la loro testa? Il discorso di Mario Monti, commissario Ue alla Concorrenza, a conclusione dei lavori della Conferenza sui servizi professionali nell’Unione europea tenutasi a Bruxelles qualche giorno fa (si veda «Il Sole 24 Ore» del 29 ottobre), non lascia spazio a dubbi. La Commissione Ue è pronta ad avviare una serie di azioni per modernizzare uno dei settori economici più refrattari all’idea della concorrenza e del mercato. Un Rapporto della Commissione, annunciato per l’inizio del prossimo anno e che metterà a nudo le carenze dei sistemi normativi vigenti nei vari Paesi, costituirà la base per una politica della concorrenza più aggressiva. La situazione dell’Italia è tra le più critiche. I costi per servizi professionali che gravano sui bilanci aziendali ammontano in Italia al 9% dei costi complessivi contro una media del 6%. La competitività delle nostre imprese subisce così un danno. Uno studio comparato sulle professioni regolamentate svolto per conto della Commissione Ue dall’Istituto di studi avanzati di Vienna e pubblicato nel gennaio di quest’anno, assegna all’Italia, insieme all’Austria e al Lussemburgo, i voti peggiori quanto ad apertura alla concorrenza. Occorre dunque una presa di coscienza. Mario Monti ha auspicato infatti che la riforma avvenga per quanto possibile in via di autoregolamentazione. Gli ordini e gli altri organismi associativi professionali sono cioè invitati a rivedere le proprie norme interne e a elaborare proposte legislative. Per esempio, molte restrizioni alla pubblicità informativa sono contenute nei codici deontologici predisposti da ciascuna categoria professionale. Queste regole potrebbero essere dunque aggiornate senza bisogno di scomodare il legislatore. La Commissione Ue si aspetta passi concreti su questo versante. Secondo Mario Monti, infatti, i divieti di pubblicità costituiscono una barriera all’entrata di nuovi operatori e penalizzano soprattutto i professionisti stranieri che magari potrebbero offrire ai consumatori di altri Stati prestazioni almeno in parte innovative. Anche sul versante delle tariffe minime obbligatorie le categorie professionali potrebbero offrire un contributo che non sia limitato a richieste pressanti ai ministeri competenti di aggiornamenti al rialzo. In realtà, molti tariffari in vigore già indicano prezzari esorbitanti rispetto alle prestazioni cui sono riferiti. In linea generale, la Commissione continua a ritenere che il sistema dei compensi minimi obbligatori non contribuisca a elevare la qualità delle prestazioni. E ciò anche se nel marzo dello scorso anno la Corte di Giustizia, decidendo su un caso sollevato da un giudice italiano, ha sancito la legittimità delle tariffe minime elaborate dal Consiglio nazionale forense e approvate con decreto del ministero della Giustizia. Secondo Mario Monti, la Commissione potrebbe tra breve provocare un nuovo chiarimento sul tema da parte della Corte del Lussemburgo. Quanto alle proposte legislative, fino a oggi alcuni ordini professionali si sono dimostrati contrari ai tentativi di elaborare leggi generali per le professioni protette. Si tende invece a preferire tante leggi quante sono le professioni regolamentate, e ciò nella speranza di salvaguardare il maggior di specificità e dunque di privilegi. In realtà, il mondo delle professioni fa fatica ad applicare alle attività intellettuali la nozione di impresa, ormai accolta sia dai giudici comunitari sia da quelli nazionali. Impresa e mercato non significano però liberalizzazione selvaggia, ma soltanto, come ha ricordato Mario Monti, necessità che ogni deroga sia giustificata e proporzionata all’interesse pubblico. L’onere della prova grava in primo luogo sugli ordini e associazioni professionali, che dovrebbero avviare subito un dibattito interno più sereno sul punto.