“Commenti&Analisi” Lavoro, unità non per forza – di M.Tiraboschi

13/03/2003




Giovedí 13 Marzo 2003


Lavoro, unità non per forza
Il consenso non è tutto


DI MICHELE TIRABOSCHI

Laboratorio per il lavoro o per l’unità sindacale? Dopo le vivaci polemiche dei giorni passati, il confronto sulla esperienza del patto Milano lavoro sembra finalmente incanalarsi sulle vere questioni di merito. Un contributo importante, in questa direzione, viene ora dall’appello di Giugni, Accornero, Cella e di altri 15 autorevoli esperti di relazioni industriali che – come segnalato ieri sul Sole-24 Ore – invitano Cgil, Cisl e Uil a esplorare concretamente, proprio partendo dal laboratorio milanese, tutte le possibili vie di ripresa della unità dell’azione sindacale. Il riferimento a Milano non è casuale. È in questa città che si è per la prima volta consumata, con il patto sul lavoro del febbraio 2000 e, dunque, con largo anticipo rispetto al quadro nazionale, la rottura tra le tre confederazioni sindacali. È pertanto più che ragionevole auspicare che il dialogo riparta proprio da dove si è interrotto. Tanto più che sempre a Milano, sulla spinta emotiva dell’agguato terroristico a Marco Biagi, è stato raggiunto nel maggio 2002 un nuovo accordo sul lavoro – non sostitutivo del primo, è bene precisare – firmato unitariamente da Cgil, Cisl e Uil.

In quanto espressamente riferito al caso Milano, l’appello all’unità sindacale deve tuttavia essere collocato in un contesto specifico di relazioni industriali e, soprattutto, di politiche del lavoro alquanto innovative. Nella attuazione del patto del 2000 la città di Milano non ha infatti svolto un ruolo notarile, di passiva registrazione di una nascente stagione di relazioni industriali caratterizzate da intese separate e da una crescente incomunicabilità tra le tre confederazioni. Per quanto lacerante, la rottura dell’unità dell’azione sindacale ha semmai consentito di avviare una esperienza pilota di rilevanza nazionale nel campo delle politiche per l’inclusione sociale a favore delle fasce più deboli del mercato del lavoro. Attraverso un quadro di flessibilità regolate, avallato in via sperimentale e per la durata di quattro anni dai firmatari del patto, si è in molti casi riusciti a tradurre in percorsi virtuosi di crescita e dinamismo sociale elementi oggettivi di criticità quali possono essere quelli tipici di una grande metropoli europea. A differenza di altre esperienze locali come i patti territoriali e i contratti d’area, in cui ogni nuovo posto di lavoro creato costa mediamente alle casse dello Stato tra i 200 e i 300 milioni di vecchie lire, il patto milanese si è caratterizzato per una radicale inversione di metodo. Esclusa ogni forma di assistenzialismo, l’azione dell’Amministrazione comunale non ha infatti rappresentato il presupposto della concertazione sulla flessibilità tra le parti sociali. È stato invece l’accordo tra le parti a diventare presupposto – e condizione sine qua non – dell’intervento pubblico di supporto alla creazione di nuova occupazione mediante interventi in formazione e l’apertura di sportelli per l’incontro domanda/offerta di lavoro. Creando le condizioni ambientali e le giuste convenienze per l’inserimento delle fasce deboli nel mercato del lavoro regolare, il patto del 2000 ha dunque consentito di impiantare a Milano un vero e proprio laboratorio per il lavoro. I firmatari dell’appello all’unità sindacale ci ricordano ora che, dopo la fase di profonda divisione tra le tre confederazioni sindacali, proprio il nuovo patto milanese sul lavoro del maggio 2002 rappresenta un esempio di come sia possibile superare la rottura e avviare, anche su scala nazionale, un ulteriore rafforzamento della prospettiva unitaria. Indubbiamente il nuovo patto ha una risorsa preziosa di cui il patto del 2000 non disponeva: il pieno e formale consenso di tutti gli attori sociali. È però altrettanto vero che la risorsa "consenso" è stata raggiunta a un prezzo altissimo: il nuovo patto non contiene infatti alcun elemento di innovazione. Nessun posto di lavoro è stato conseguentemente creato e sarebbe davvero paradossale sostenere che causa di ciò è stata la mancanza di risorse pubbliche. L’unità sindacale è sicuramente un obiettivo importante e prioritario. Occorre però attentamente valutare fino a che punto debba essere perseguito dagli attori sindacali. Se, come sostengono i firmatari dell’appello, davvero dovrebbe prevalere rispetto a ogni altra esigenza la responsabilità verso i lavoratori, ci si domanda infatti quale sia il fine ultimo dell’azione sindacale: contribuire alla creazione delle condizioni che favoriscono nuova occupazione o, piuttosto, ricondurre necessariamente le posizioni diverse entro il quadro di una iniziativa comune anche se questo si ritorce poi contro chi cerca lavoro? Pensando soprattutto agli abbondanti rinvii alla contrattazione locale contenuti nella "riforma Biagi" i prossimi mesi ci diranno quale ruolo Milano intende giocare rispetto alle politiche del lavoro: progettare per innovare o avallare l’attuale immobilismo pur di ottenere il consenso di tutti?