“Commenti&Analisi” Lavoro, un cantiere aperto (W.Passerini)

09/09/2005
    venerdì 9 settembre 2005

    COMMENTI E INCHIESTE – pagina 10

      Lavoro, un cantiere aperto

        La legge 30 disegnata dal giurista va integrata con il Welfare to work e lo « Statuto degli atipici »

          di Walter Passerini

            La riforma del lavoro è un cantiere aperto, che rischia di essere offuscato dagli scontri ideologici. Apocalittici e integrati si cimentano in prove muscolari, che non aiutano a capire quel che s’è fatto e quel che resta da fare.

            L’attenzione è concentrata sulla «riforma Biagi» (legge 30/ 03 e decreto lgs. 276/03), i cui prodromi per la verità risalgono al pacchetto Treu» del ‘ 96 ( introduzione del lavoro temporaneo) e al Libro bianco (2001), coordinato dal giurista, consulente prima di Bassolino e Treu e poi di Maroni, assassinato dalle Brigate rosse il 19 marzo 2002. Ma spesso, nello scontro tra abrogazionisti e apologeti (riacceso dalle recenti affermazioni di Prodi a Cernobbio), si perde la cornice e il respiro strategico che il progetto di riforma del lavoro aveva e continua ad avere.

            È infatti scorretto e inefficace, da parte di tutti, puntare esclusivamente i fari sulla legge 30, denigrandola o osannandola, in vista di una possibile ma per niente scontata resa dei conti. Mentre è probabilmente più utile ricordare la visione di una riforma che attende di essere completata.

            Quella che viene chiamata « legge Biagi » ha introdotto almeno tre novità sostanziali: l’ingresso, per la prima volta in Italia, degli operatori privati non solo nel temporaneo ma in tutto il collocamento ordinario. È questa una innovazione attesa, di fronte alla totale inefficacia e all’autoreferenzialità del sistema pubblico, che non ha mai aiutato nessuno a trovare un lavoro, e ha anzi alimentato il «fai da te» e le raccomandazioni.

            La seconda innovazione strategica è la Borsa nazionale continua del lavoro, ancora in corso di costruzione (entro l’anno tutte le Regioni dovrebbero esservi collegate). Mentre la terza è costituita da un insieme di vecchi e nuovi strumenti contrattuali, su alcuni dei quali si concentrano le accuse e le difese: temporaneo, part time, job sharing, job on call e contratti di inserimento.

            Queste tre innovazioni sono diventate operative in una fase di mercato calante, con un’occupazione che in Italia cresce, al netto, ogni anno di meno di 200mila unità, meno di quanto la macchina della creazione di posti negli Usa, pur in difficoltà, riesce a creare in un solo mese.

            Ma la riforma non coincide esclusivamente con la legge 30.
            Lo stesso Marco Biagi, oltre alla concezione di una regolazione leggera, all’allineamento del mercato del lavoro italiano agli obiettivi europei, alla valorizzazione delle Regioni e delle parti sociali, aveva previsto altri due passaggi fondamentali, strettamente e imprescindibilmente legati al primo: la riforma del sistema degli ammortizzatori sociali e la creazione di quello «Statuto dei lavori» , che avrebbe dovuto comprendere una cornice di garanzie e tutele insieme per le forme tradizionali e nuove dell’occupazione.

            Così, mentre una parte della legge 30 resta ancora da rendere operativa (pensiamo, tra gli altri, al sempre più urgente strumento dell’apprendistato, frenato dalle diatribe tra Stato e Regioni; ai tirocinii, bocciati dalla recente sentenza della Corte costituzionale; alla tormentata vicenda dei «cococo» , che dovrebbero definitivamente scomparire il 25 ottobre almeno nel privato; e alla faticosa gestione dei « cocopro » , i contratti a progetto, che insieme al lavoro occasionale mantengono un’area grigia, che spesso sconfina con il nero), sembrano, per tante ragioni, un po’ finite sullo sfondo le altre due tappe della riforma, che nella visione del giurista sono parte integrante del disegno di trasformazione.

            La fase due (già contenuta nell’ex 848 bis) prevede una trasformazione delle indennità passive di disoccupazione in un vero e proprio welfare to work che, solo parzialmente trattato dal decreto sulla competitività, stabilisce dei disincentivi alla « professione » di disoccupato e degli incentivi a promuovere azioni di ricerca di un nuovo posto di lavoro entro tempi brevi. Ma comprende anche la trasformazione dei servizi all’impiego pubblici, chiamati a offrire opportunità di lavoro e formazione, in concorrenza con i privati. Qui per la verità si nasconde anche l’insidia della sperimentazione dell’abolizione temporanea dell’articolo 18, che ha suscitato tante discussioni e nessun provvedimento concreto.

            Infine, quella che potremmo chiamare la «Biagi tre», è la frontiera delle tutele minime degli atipici. Una rimodulazione dei diritti in chiave universalistica, che superi il legame anacronistico tra diritto e rapporto di lavoro. Si tratta dell’estensione della maternità, del trattamento minimo di malattia, dell’accesso al credito e alla formazione, ai mutui casa e alle spese professionali, ma anche a forme di pensione, senza le quali si rischiano di approfondire le fratture generazionali e la perversa divisione insider outsider.

              Nel frattempo, al già cospicuo menu delle tre fasi della riforma del lavoro si sono aggiunte le questioni della riforma della contrattazione e del cosiddetto cuneo fiscale. Sulle quali si aggirano le nere nuvole di un sensibile aumento del sommerso e la difficoltà della creazione di nuovi posti di lavoro. I traguardi di Lisbona al 2010 diventano così difficili, ma gli obiettivi del 70% di tasso di occupazione (siamo al 58%), del 60% di occupazione femminile (siamo al 45%) e del 50% di occupati «over 55» (siamo al 30%) restano sempre del tutto validi.