“Commenti&Analisi” Lavoro sommerso, una sconfitta (M.Tiraboschi)

08/07/2004


        sezione: PRIMA
        data: 2004-07-08 – pag: 1
        autore: DI MICHELE TIRABOSCHI
        Lavoro sommerso, una sconfitta
        Una conferma della necessità di proseguire con decisione sulla strada delle riforme. Questo il messaggio per l’Italia che emerge dal rapporto Ocse. Il tasso di occupazione italiano rimane ancora troppo basso. Ha un posto solo il 56% della popolazione in età lavorativa. La media Ocse, per contro, si attesta intorno al 65% e Paesi come Usa, Canada, Regno Unito, Olanda e Svezia si collocano addirittura oltre il 70 per cento. Troppe poche persone concorrono dunque, nel nostro Paese, allo sviluppo della società e alla creazione di ricchezza.

        Vero è, tuttavia, che grazie alle recenti riforme del mercato del lavoro l’Italia ha ottenuto una delle migliori performance in area Ocse registrando una crescita dell’occupazione di 4.6 punti percentuali.
        Ma ancora non basta, perché la bassa dotazione di capitale umano, resa ancor più evidente dal confronto con i principali competitori internazionali, frena drasticamente le enormi potenzialità di sviluppo della nostra economia.
        Esiste certamente anche il problema della qualità del lavoro creato negli ultimi anni, con un effetto negativo sulle prospettive di crescita professionale e sulla produttività. Il rapporto Ocse segnala, infatti, il rischio della proliferazione di forme di lavoro atipico e precario a fronte di livelli troppo elevati di protezione contro i licenziamenti senza giusta causa.
        È il noto dualismo tra insider e outsider, reso particolarmente accentuato in Italia dalla presenza di un regime di reintegrazione nel posto di lavoro — quello dell’articolo 18 dello Statuto — che non trova eguali negli altri Paesi.
        Le tutele di chi ha la fortuna di stare nella cittadella del lavoro protetto rischiano così, in assenza di un’operazione di riallineamento, di diventare proprie barriere all’ingresso nel mercato del lavoro delle fasce più deboli. E questo spiegherebbe anche i bassissimi tassi di occupazione di giovani, donne, over 50.
        Tuttavia, il vero problema del nostro mercato del lavoro resta quello del dualismo tra lavoro regolare e lavoro nero. Un’emergenza nazionale che coinvolgerebbe, secondo le stime più accreditate, un vero e proprio esercito di lavoratori: oltre quattro milioni di persone che operano al di fuori delle regole di tutela del lavoro ma anche delle logiche che sono chiamate a governare una leale competizione tra le imprese.
        Ad alimentare questo fenomeno, oltre al cattivo funzionamento del mercato del lavoro e alle storiche condizioni di sottosviluppo di una parte significativa del nostro Paese, contribuisce indubbiamente un sistema contributivo distorto, che penalizza drasticamente il fattore lavoro.
        L’Italia è caratterizzata dalle aliquote contributive più elevate tra tutti i Paesi europei, che per il lavoro dipendente raggiungono il 32,7% contro il 16,5% della Francia, il 19,10 della Germania, il 21,90 del Regno Unito e il 21,63 della media Ue.
        È evidente come questo netto divario costituisca uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo dell’economia e dell’occupazione regolare. Questa, certamente, è una delle principali ragioni dell’abnorme dimensione del a quella stimata per la Turchia e molto al di sopra di quella dei restanti Paesi Ocse. Non esistono certo ricette magiche.
        Ma dovrebbe essere oramai chiaro che i quattro milioni di lavoratori in nero e l’altrettanto imponente esercito di lavoratori a bassa contribuzione, mediante schemi contrattuali il più delle volte di dubbio utilizzo (co.co.co. e associati in partecipazione), non può essere realisticamente governato solo mediante un’imponente campagna repressiva.
        Le dimensioni del fenomeno sono una chiara spia delle disfunzioni di un quadro regolatorio che non pare in grado di gestire e regolare i cambiamenti nell’organizzazione del lavoro e nei modi di produrre ricchezza.
        Vero è, infatti, che il lavoro nero è stato sino a oggi ampiamente tollerato non solo in ragione di un improprio pragmatismo, ma anche in virtù dall’assurdo ideologismo di chi lo considera il prezzo inevitabile di un mercato del lavoro condannato a rimanere rigido in omaggio alle "conquiste" dell’epoca fordista e al ruolo politico di alcuni attori sociali. E questo anche a costo di pagare un prezzo elevato sul piano dell’effettività del quadro regolatorio.
        Gli scenari della nuova economia e della competizione internazionale non consentono tuttavia, e fortunatamente, di proseguire su questa strada compromissoria che non giova né ai lavoratori né al sistema economico nel suo complesso.
        Una ulteriore conferma che solo le riforme possono prevenire i rischi di destrutturazione e deregolazione strisciante del mercato del lavoro e guidare il mutamento in atto nei rapporti economici e sociali alla ricerca di nuovi equilibri più efficaci e sostenibili e, conseguentemente, di nuove sicurezze. lavoro irregolare, che pure può essere visto come un sintomo della vitalità e delle enormi potenzialità del nostro Paese.
        Il lavoro sommerso — è questo l’altro importante messaggio contenuto nel rapporto Ocse — rappresenta infatti un’area importante di sottoimpiego del capitale umano che va al più presto riconsegnata all’economia formale e istituzionale. Non solo il mercato del lavoro risulterebbe più equo e coeso, ma verrebbero anche rese disponibili quelle risorse necessarie a superare i dualismi tra lavoro stabile e lavoro precario mediante un progressivo riallineamento delle aliquote contributive.
        Secondo le stime Ocse, il gettito effettivo dei contributi sociali sarebbe infatti inferiore del 20% rispetto al gettito potenziale: una cifra comparabile