“Commenti&Analisi” Lavoro nero, non serve l’ispettore Clouseau (A.Genovesi)

10/12/2003


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10.12.2003
Lavoro nero, non serve l’ispettore Clouseau

ALESSANDRO GENOVESI
Resp. Economia Sommersa CGIL Nazionale

In Italia più di 6 milioni di persone lavorano irregolarmente, senza diritti e senza alcuna tutela. Sono più numerosi dei tranvieri, dei metalmeccanici, dei controllori di volo eppure l’opinione pubblica
e il Governo ne parlano solo dopo che un incidente mortale dà un volto e un nome a questo esercito di invisibili. O dopo che un qualunque rapporto (Istat, Svimez, Censis) ci ricorda che un quinto del Pil potrebbe essere messo a disposizione della collettività, del welfare, del fisco. Ogni volta la scena è sempre la stessa: un
proliferare di impegni che il Governo assume, di iniziative pronte al varo, che durano giusto il tempo per far finire il sottosegretario di turno in qualche bel “pastone” di cronaca.
Il più recente spot pubblicitario propinataci da Maroni – che sarà al centro da domani anche della Conferenza Europea di Catania, l’ultimo grande evento di questa disastrosa presidenza italiana dell’Ue – è ora quello del “super commissario” contro il sommerso. Una sorta di ispettore Clouseau alla ricerca dell’inafferrabile Pantera rosa, che dovrebbe tra le altre cose coprire il fallimento della legge 383/01 (meno di 4 mila lavoratori emersi) e far dimenticare al paese che da 3 anni a questa parte tengono banco solo condoni di ogni sorta, deregolamentazione delle leggi sul lavoro, orario, sicurezza.
Contrastare il lavoro nero richiede qualcosa in più di un super commissario, come abbiamo cercato di dimostrare a partire dal Convegno nazionale della Cgil tenuto pochi giorni fa: servono innanzitutto coerenza, legalità, capacità di incidere sui nodi non risolti del nostro modello di sviluppo. Un impegno politico ed economico di alto profilo e di lungo periodo che faccia della lotta all’economia sommersa un tutt’uno con un aumento del livello di democrazia e cittadinanza, con uno sforzo reale per qualificare i sistemi produttivi locali, rendere più giusto il sistema fiscale e quindi il sistema di protezione sociale, più equilibrato e trasparente
il mercato, aumentare il senso civico dei cittadini.
I limiti della politica portata avanti dal Governo sono allora enormi e non saranno iniziative di facciata che potranno “invertire” la rotta: non siamo alle prese solo con limiti di natura conoscitiva, ma con una vera e propria politica di “sostegno” all’illegalità e ai comportamenti più distorti di una parte dell’imprenditoria nostrana (condoni, riforma fiscale, concordato preventivo, destrutturazione della legislazione sugli appalti, sull’ambiente, sulle responsabilità societarie, ecc.). Più in generale quello che si sta pagando sempre
più (il lavoro irregolare continua a crescere) è l’effetto combinato di un clima (e di una normativa) che premia l’illegalità e di una più generale incapacità di questo Governo nell’indicare un modello di competizione e sviluppo alto, responsabile e solidale, che sapesse e sappia intervenire sulle dinamiche più distorte del mercato, nelle
cui pieghe sopravvive e cresce il lavoro nero. Occorre risalire urgentemente questa china, sapendo che politiche che puntino oggi solo alla riduzione del costo del lavoro a danno dei lavoratori, a benefici fiscali una tantum per le imprese, a una drastica caduta dei livelli di legalità e di “attenzione sociale” (queste di fatto le ricette
che ci saranno propinate a Catania), non sono solo lesive dei diritti di milioni di lavoratori e imprenditori, ma rappresentano una risposta inefficace ai problemi che abbiamo di fronte.
Non è intervenendo sulla fuoriuscita eccezionale (e momentanea)
dai parametri che la legge e la contrattazione determinano che si superano i limiti strutturali del fenomeno e dovrebbe essere interesse di tutti evitare che alla fine si consolidi – tanto tra l’opinione pubblica quanto tra gli operatori economici e sociali – un messaggio per cui il lavoro nero e l’illegalità o sono “imbattibili” (al
massimo si può evitare che crescano) o si possono contrastare solo se i lavoratori rinuncino a qualcosa, deresponsabilizzando così la collettività e la stessa classe imprenditoriale.
Occorre ragionare invece su un “percorso” di riforme ed interventi per una vera e propria strategia complessa contro il lavoro nero.
È necessaria una politica economica finalizzata, che passi dal concetto di emersione eccezionale al concetto di accompagnamento verso il consolidamento e la qualificazione dei sistemi locali, scommettendo su una nuova stagione di sviluppo dal basso concertato con tutte le forze sociali, economiche e civili presenti nel territorio. Veri e propri piani locali di sistema che, alimentati da apposite risorse nazionali, tengano insieme emersione e qualificazione dei lavoratori, “fertilizzazione sociale” dei contesti
produttivi. Occorre investire idee e risorse per un nuovo sistema di relazioni con le PP.AA. in grado – congiuntamente a politiche attive connesse alla cooperazione tra piccole imprese – di permettere la crescita dimensionale delle aziende emerse, superando il vero limite dell’imprenditoria diffusa italiana (cioè quei vincoli di bilancio così stretti per cui l’immersione diviene una vera e propria strategia aziendale). Bisogna incoraggiare una politica di presidio del territorio, di incentivazione a forme di autocontrollo sociale, di efficace repressione. Infine non è più rinviabile una politica ad ampio raggio che qualifichi al meglio il sistema-paese in termini di capacità produttiva, conoscenze, ricerca, infrastrutture; una politica che sia in grado, all’interno di una nuova divisione internazionale
del lavoro, di superare le incongruenze di un modello povero di crescita, destinato inevitabilmente al declino.
Mentre da più parti si invocano le eccessive tutele dei lavoratori o la rigidità di un mercato del lavoro (che già conta oggi 42 possibili contratti di lavoro flessibili) come le reali cause del lavoro nero, altro deve essere il terreno vero di confronto e di iniziativa per chi, come la Cgil, ha sempre creduto che sconfiggere il lavoro nero,
dare dignità e libertà concreta a milioni di donne e di uomini, sia un dovere prima di tutto civile che chiama in causa la parte sana del paese. Quella parte di Italia che vuole avere un futuro, che vuole crescere senza comprimere i diritti, senza sfruttare la parte più debole della società.