“Commenti&Analisi” Lavoro mobile ma poco flessibile (A.Schizzerotto)

28/06/2005
    martedì 28 giugno 2005

    PRIMA – pagina 1/8

    RIGIDITÀ CONTRO L ‘OCCUPAZIONE

    Il lavoro in Italia?
    Molto mobile ma poco flessibile

    di Antonio Schizzerotto

    Rapporto sull’occupazione, Nell’ultimo l’Ocse pone l’Italia tra le nazioni con un livello intermedio di rigidità della normativa ( legale e contrattuale) intesa a proteggere i posti di lavoro dei dipendenti.
    Secondo l’Ocse, la regolazione dei rapporti di impiego nel nostro Paese è più vincolante di quelle di Stati Uniti, Gran Bretagna e Danimarca, ma lo è meno di Francia, Germania, Svezia e dei Paesi dell’Europa meridionale.
    Si tratta di un radicale cambiamento di parere degli esperti dell’Ocse.

    Per tutti gli anni 80 e 90 — anche dopo l’entrata in vigore del cosiddetto " pacchetto Treu" — essi avevano, infatti, continuato a collocare il nostro Paese tra quelli con un mercato del lavoro estremamente rigido. Questo mutamento di opinione porta nuova acqua al mulino di quanti sostengono che in Italia non è affatto difficile licenziare le persone e portano, a riprova delle loro tesi, gli alti tassi di mobilità del lavoro dipendente. In effetti, Bruno Contini e collaboratori hanno mostrato che, nel settore del lavoro privato regolare, la mobilità, intesa come tasso lordo di ingresso e di uscita dei lavoratori dalle imprese ( gross worker turnover) si è mantenuta, per tutti gli anni 90, elevata come quella Usa.

    Contini ha stimato che, in quel periodo, i lavoratori entrati e usciti dalle azienda italiane rappresentassero, in media annua, una quota pari a oltre i tre quarti dello stock di occupati.

    Questi valori sono stati ridimensionati da analisi più recenti condotte da Ugo Trivellato e collaboratori. Essi calcolano che nel 2003 la mobilità del settore privato abbia coinvolto meno dei due quinti ( 39,6%) delle forze di lavoro.

    Ma anche così ridotta, si tratta di una proporzione davvero elevata di soggetti mobili, tale da fare pensare, almeno a prima vista, che il mercato del lavoro italiano sia effettivamente aperto e fluido. Sfortunatamente, esistono svariati aspetti del suo funzionamento che non consentono di interpretare i tassi di gross worker turnover come indicatori certi di flessibilità.

      Tra questi aspetti vanno ricordati almeno: 1l’elevata incidenza, sui disoccupati, dei giovani alla ricerca del primo impiego; 2la lunga durata media di questa ricerca;3 l’altrettanto lunga durata media della permanenza nello stesso posto di lavoro; 4 i tassi assai contenuti di mobilità di carriera.

        La disoccupazione giovanile e la lunghezza dei suoi episodi non è riducibile, come è stato a volte suggerito, a pura e semplice disoccupazione intellettuale, ossia a un eccesso dell’offerta sulla domanda di forza lavoro istruita. Non sono, infatti, i giovani laureati a conoscere le più lunghe durate della ricerca attiva del primo lavoro, bensì i ragazzi meno istruiti. Inoltre, i titoli di studio superiori rappresentano, anche per le nuove generazioni, una sicura protezione contro i rischi di perdita dell’impiego.

        Pare, dunque, ragionevole collegare l’esistenza di estesi periodi di ricerca del primo impiego anche alla cautela che i datori di lavoro italiani devono adottare quando assumono nuovi dipendenti che non risulta, poi, del tutto agevole licenziare, nonostante il pacchetto Treu e la legge Biagi.

        In Italia i rapporti di lavoro iniziati da più di 10 anni rappresentano quasi la metà di quelli esistenti, mentre in Germania sono poco più di un terzo e in Inghilterra circa un quarto. Diventa, allora, difficile spiegare queste lunghe permanenze solo in base all’inamovibilità dei dipendenti della pubblica amministrazione o all’interesse delle imprese di trattenere i lavoratori che hanno contribuito a formare. Il peso del pubblico impiego in Italia non è superiore a quello in Germania e in Francia e non si capisce perché solo le nostre imprese dovrebbero essere particolarmente gelose dei propri dipendenti. Che la stabilità dei rapporti di impiego dipenda anche da fattori regolativi è, in ogni caso, dimostrato dal fatto che la loro durata cresce parallelamente all’aumentare delle dimensioni dell’impresa.

        Considerazioni simili valgono per le chance di carriera.
        Sono coloro che iniziano la loro vita lavorativa come dipendenti delle medie e grandi imprese ( oltre che della pubblica amministrazione) a mostrare i tassi più contenuti di mobilità di carriera.

        Le storie lavorative delle generazioni che sono entrate nel nostro mercato del lavoro negli ultimi vent’anni aiutano a capire come in esso riescano a coesistere i consistenti tassi di mobilità e i forti elementi di rigidità funzionale appena illustrati. Queste storie mostrano che i passaggi da un datore di lavoro all’altro, così come l’ingresso e l’uscita dalla disoccupazione, si concentrano nelle fasi iniziali della vita lavorativa delle persone, ed esattamente nei primi tre o quattro anni successivi all’entrata nel mondo del lavoro.

        Dopo questo periodo, la mobilità degli occupati alle dipendenze tende ad annullarsi.

        Esistono, naturalmente, vari fattori— il lavoro atipico e, ancor più, quelli stagionali e in nero; il basso livello di istruzione; le piccole dimensioni dell’impresa — che aumentano l’arco della vita lavorativa durante il quale si manifesta questa elevata instabilità occupazionale e la sua stessa intensità. Ma essi non fanno altro che enfatizzare le manifestazioni di una caratteristica strutturale del nostro mercato del lavoro: la sua divisione interna — per effetto di regolazioni legali, contrattuali e di fatto — tra un ampio insieme di soggetti che godono di considerevoli tutele e alcune larghe minoranze che, invece, sopportano tutti i costi legati ai tentativi di dare ad esso un po’ di flessibilità.

          Naturalmente, non è limitandosi ad eliminare ogni protezione dei rapporti di impiego che si può pensare di risolvere la questione della fluidità del mercato del lavoro e dell’equa distribuzione dei suoi costi tra tutte le categorie sociali. Operando in questo modo non si farebbe altro che diffondere l’insicurezza economica all’intera platea dei lavoratori dipendenti. La Danimarca insegna, però, come, attraverso opportune misure di sostegno economico dei disoccupati e attente politiche attive del lavoro, sia possibile coniugare la piena flessibilità delle relazioni di impiego con alte garanzie di sicurezza materiale per tutti.