“Commenti&Analisi” Lavorare di più per salvare il posto? (A.Recanatesi)

12/07/2004




12 Luglio 2004

LA PRODUTTIVITÀ AUMENTA SE SI INVESTE IN RICERCA
Lavorare di più per salvare il posto?
Funziona, ma solamente in certi casi

di
Alfredo Recanatesi

LA maggior parte delle analisi dedicate all’accordo sindacale raggiunto tra la tedesca Siemens e i suoi dipendenti lo assume, più o meno esplicitamente, come esempio di relazioni industriali consigliabile per una applicazione più generalizzata in Europa e in particolare in Italia. L’accordo – si sa – prevede un aumento dell’orario di lavoro, a parità di retribuzione, a fronte della rinuncia dell’azienda a trasferire in Ungheria alcune sue manifatturazioni, come aveva programmato per contenerne i costi.

L’accordo può essere considerato sotto due angolazioni dalle quali si presenta in termini tanto diversi da risultare quasi opposti. Una prima angolazione è quella sindacale. I singoli lavoratori e la loro organizzazione rappresentativa sono stati posti di fronte alla alternativa tra la perdita del lavoro e il mantenimento di quel lavoro a condizioni più sfavorevoli (già accordi erano stati fatti per ridurre la retribuzione a parità di lavoro, o per ridurre tempo e retribuzione, ma il senso economico sostanzialmente non cambia). Che i lavoratori e il sindacato, posti di fronte a secche alternative di questo genere, optino per mantenere una parte anziché perdere tutto è cosa talmente ovvia da non richiedere una parola in più. Qualche parola è opportuno spendere, invece, se si ipotizza una generalizzazione di questi casi particolari e la si indica come una politica, anche concertata se volete, con la quale fronteggiare la concorrenza dei Paesi emergenti.


Il caso Siemens, e i tanti altri che in giro per l’Europa si sono già verificati, possono avere loro specifiche origini industriali ed economiche che possono anche giustificare il ricorso a un accordo al quale le parti riconoscano l’attitudine a superare difficoltà contingenti nella prospettiva di recuperare in futuro la normalità alla quale hanno convenuto di derogare. Ma è diverso, molto diverso, il senso di una eventuale generalizzazione col fine di risolvere non un numero limitato di specifici casi, ma l’affanno dell’intero sistema produttivo complessivamente inteso a far fronte alla concorrenza dei Paesi emergenti.


Questa concorrenza è forte, aggressiva, principalmente perché quei Paesi si trovano a uno stadio di sviluppo che l’Europa ha superato da parecchio tempo; uno sviluppo che va inteso sia in termini economici (diciamo di reddito pro capite medio) che in termini civili (protezione sanitaria e antinfortunistica, tutele sindacali, previdenza, difesa dell’ambiente, e si potrebbe continuare). Questa concorrenza viene presentata come divario di produttività, la quale non è, o non è solo, l’impegno che il lavoratore pone nel produrre la sua prestazione a fronte della retribuzione che percepisce, ma è soprattutto il risultato del livello di specializzazione, di qualità, di dotazioni tecnologiche e di capacità progettuali del sistema produttivo nel quale il lavoratore viene inserito e che determina il livello di benessere che il sistema produttivo è capace di assicurare. Per capirci, un contadino dotato di vanga sarà poco produttivo anche se si spezzerà la schiena, mentre sarà molto produttivo se gli si darà un trattore col quale lavorare anche poche ore al giorno; e se lo si lascia con una sola vanga non gli può essere rimproverato.


Che in Europa, e soprattutto da noi, ci sia un problema di produttività è fuori discussione, ma si discute sulle cause: c’è chi lo imputa ai lavoratori (retribuzioni troppo alte e orari troppo brevi), e chi invece alla scarsa capitalizzazione del sistema (pochi investimenti, poca innovazione, poca ricerca).


A stare a sentire i primi si deve concludere che il nostro livello di benessere è troppo elevato e che la soluzione sta, appunto, nel lavorare di più e guadagnare di meno. A stare a sentire i secondi, si deve concludere che sono le imprese ad aver investito troppo poco per poter offrire posti di lavoro più qualificati, più organizzati, più redditizi e dunque, più remunerabili. Se si sta a sentire i secondi si può vedere una possibilità di andare ancora avanti, da tentare almeno, e se non ci si riuscirà si dovrà concludere non, o non solo, che la produttività dei lavoratori è bassa, ma che è bassa la produttività del capitale, chiamando così in causa l’insufficienza quantitativa e qualitativa degli investimenti fatti dalle imprese (sempre che si convenga che andare avanti significhi proseguire lungo il trend storico lungo il quale un aumento del reddito si combina con un alleggerimento degli impegni di lavoro). Se si sta a sentire i primi si regredirà dal livello di benessere materiale e civile che è stato raggiunto. È una sfida, certo, e si può anche perdere. Ma se, Dio non voglia, una volta accettata fosse persa, la ragione non sarà tanto che il tedesco, il francese, l’italiano avranno preteso di lavorare meno e guadagnare più di un cinese o di un ungherese (o anche di un portoricano negli Stati Uniti), ma che imprenditori, capaci forse di farsi valere in condizioni cinesi o ungheresi, non saranno stati all’altezza di operare nelle condizioni più evolute che l’Europa ha saputo raggiungere.