“Commenti&Analisi” L´art. 18, l´intesa del ’90 – di U.Romagnoli

30/05/2003

 
 
    Pagina 15 – Commenti
venerdì 30 maggio 2003
 
 
    L´art. 18, l´intesa del ’90 e un "gioco" da invalidare
          UMBERTO ROMAGNOLI

          È tempo di scadenze elettorali. Il prossimo 15 giugno l´elettorato sarà invitato a rispondere al quesito se l´obbligo di reintegrare il dipendente ingiustamente licenziato sia generalizzabile alle piccole imprese.
          Allo stato attuale, l´unico dato sicuro è l´impossibilità del ripetersi dell´esperienza del 1990, quando un referendum di contenuto identico fu "stoppato" da un tempestivo intervento del Parlamento. Allora, c´era la licenza di licenziare nelle aziende che occupavano fino a 35 dipendenti – una licenza che lo statuto dei lavoratori aveva conservato in vita nelle imprese sotto i 16 – e una maggioranza governativa disposta a ridiscuterne le condizioni d´uso. In effetti, la licenza venne revocata. Si stabilì che il licenziamento ingiustificato provoca un danno risarcibile con un indennizzo che spetta al giudice quantificare entro limiti legislativamente predeterminati. Inoltre, si ammise l´uso giudiziario della reintegra anche nelle unità minori di un´impresa con un organico complessivamente superiore a 60 dipendenti. Infine, lo si ammise contro il più odioso dei licenziamenti, quello discriminatorio, indipendentemente dal livello occupazionale.
          Orbene, proporre di riprendere nel 2003 il discorso dal punto in cui si arrestò nel 1990 per andare alla ricerca di equilibri più avanzati (come si diceva una volta) è da marziani ed insieme da visionari. Non che la reintegra sia diventata astorica, come sostengono gli ideologi della flessibilità in uscita. La verità è che nessuna concessione legislativa è ora possibile. In primo luogo, perché il centrodestra ha un programma di politiche del lavoro orientato in direzione nettamente contrastante col garantismo dei referendari. In secondo luogo, perché si sono oggettivamente ristretti i margini che avevano reso praticabile l´onorevole compromesso del 1990. Senza dire, poi, che la soluzione negoziata nel 1990 s´inserisce in una strategia di favore per il mondo delle piccole imprese che i sindacati hanno sempre appoggiato. Difatti, valutarono positivamente quella soluzione non solo perché schiodava dall´ordinamento il licenziamento discrezionale, ma anche perché accoglieva con molta cautela la richiesta di estendere il campo di applicazione della reintegra. La cautela, peraltro, non era destituita di fondamento. Poiché la reintegra non è una prospettiva attraente nemmeno per un dipendente da una grande impresa – tant´è che la legge incoraggia il licenziato ad optare per una indennità sostitutiva pari a 15 mensilità in aggiunta alle retribuzioni non corrisposte dal giorno del licenziamento e fino alla sentenza – per il dipendente di una piccola impresa ove si lavora gomito a gomito col titolare la mancanza di appeal della reintegra è ancora più comprensibile.

          Quanto finora detto non significa che il compromesso realizzato nel 1990 non debba essere riveduto. Ritocchi sono opportuni. Ma non col metodo proposto. Ritocchi sono possibili soltanto nel quadro di una sapiente rimodulazione delle regole: per la quale il metodo del referendum è sicuramente il più inadatto. E comunque non adesso. Adesso c´è un governo che interpreterebbe la vittoria del "no" al quesito referendario come un´implicita approvazione popolare delle sue rovinose scelte di politica sociale e vivrebbe la vittoria del "sì" come una sfida a cui non potrebbe sottrarsi se non perdendo la faccia. Anzi, sarebbe probabilmente tentato di riscrivere l´intero art. 18. A modo suo. Con la duplice conseguenza di una ulteriore radicalizzazione del conflitto sociale di cui non si sente proprio il bisogno e di un inasprimento delle divisioni nello schieramento dell´opposizione nonché del fronte sindacale.
          Anche per questo l´auspicio più ragionevole è che si ripeta il flop del 22 maggio 2000, quando un referendum di segno eguale e contrario a quello attuale promosso – secondo la logica degli opposti estremismi – per eliminare l´istituto fu invalidato per mancato raggiungimento del prescritto quorum di votanti. È preferibile insomma che anche ai referendari del 2003 si risponda con un fin de non recevoir. Col rifiuto cioè di respingere la loro proposta. Una proposta che, come è desumibile dalle occasionali contingenze (più personali che politiche) in cui è maturata e dall´andamento del dibattito successivo, non tende a soddisfare gli interessi dei lavoratori in carne ed ossa; casomai, li strumentalizza.
          Ad un gioco del genere non si partecipa. Un po´ per il rispetto che ancora merita uno strumento di democrazia diretta, malgrado l´uso inflattivo che se ne fa, e un po´ per l´urgenza di investire le scarse risorse disponibili per risolvere i problemi reali del mondo del lavoro. Magari cominciando proprio da quello delle piccole imprese.