“Commenti&Analisi” L’apparato statale è la nostra Versailles (S.Billè)

11/10/2004

          sabato 9 ottobre 2004

            USCITE. QUATTRO MOTIVI PER SPIEGARE PERCHÉ NON C’È IL MERCATO. DI SERGIO BILLÈ

            L’apparato statale è la nostra Versailles
            Un nuovo Necker direbbe di venderla
            Liberalizzazioni incompiute e assistenzialismo a fondo perduto, pagati dai contribuenti

            Preoccupato per un paese ormai sull’orlo della bancarotta, Luigi XVI chiese un giorno a Necker che cosa bisognasse fare per rimettere un po’ in sesto i conti. «Sire – rispose con un filo di voce il sempre più imbarazzato e spaurito primo ministro – potremmo cominciare con il chiudere la reggia di Versailles. Costa troppo e non ce la possiamo più permettere». Non se ne fece ovviamente nulla e accadde poi quel che tutti sappiamo. Anche nell’Italia del terzo millennio continuano ad esistere grandi e piccole Versailles assai costose per i contribuenti e soprattutto largamente improduttive per uno sviluppo del libero mercato. Da un lato, è diventato insopportabile il costo di mantenimento di quella grande Versailles che è oggi tutto l’apparato della nostra pubblica amministrazione, una vera idrovora di spese in continua crescita, dall’altro, sta diventando davvero anacronistica e in sempre più stridente contraddizione con i principi che governano ormai il processo di globalizzazione, una politica economica che, mentre, a parole, va sostenendo di voler operare a sostegno di una maggiore trasparenza del mercato, poi, di fatto, non muove nemmeno un dito in questa direzione. So bene che questo è un argomento assai delicato e assai scomodo soprattutto per chi cerca oggi di fare il mestiere del politico, ma non affrontarlo significa – ed è quello che da tempo ci rimproverano gli analisti internazionali – vedere le pagliuzze e non, invece, le ingombranti travi che stanno bloccando il processo di sviluppo e riducendo pericolosamente la nostra competitività di sistema. E siccome non vorrei essere tacciato di demagogia, passo a qualche esempio concreto.

            1. Dopo aver sepolto sotto le ceneri l’industria chimica, l’unica che sarebbe stata oggi in grado di fare qualcosa di serio nel settore della ricerca di base, i governi che si sono succeduti in tutti questi anni non hanno saputo poi fare di meglio, realizzando il piano di dismissioni dell’industria e delle strutture di Stato, che consegnare gli oligopoli pubblici nelle mani di altrettanti oligopoli e cartelli privati. Parlo, ad esempio, di quel che è accaduto nei settori del credito, della telefonia, delle assicurazioni e delle autostrade. Insomma un processo di liberalizzazione del sistema di mercato che somiglia ad una ribollita fatta solo di pane secco che ora, per giunta, il contribuente è costretto a pagare tutto – e con sovraprezzo – di tasca propria.

            2. Non si sa dove siano finiti tutti i soldi che lo Stato ha incassato anche con queste dismissioni se, da un lato, a causa della mancanza di strategie e di veri progetti innovativi nel settore dell’energia, l’utenza è costretta a pagare una bolletta elettrica che è del 25% più alta di quella degli altri paesi europei e, dall’altro, continuiamo ad avere una logistica – reti, servizi di base, porti, interporti, ferrovie, etc- che, rispetto al resto d’Europa, ha un gap strutturale del 40% che diventa del 60% e più nel Mezzogiorno.

            3. Non si sa a cosa sia servito mettere in piedi – e sono altre piccole ma costose Versailles – tutte queste Authorities deputate al controllo della libera concorrenza se poi, come nel caso della televisione, sono stati necessari più di cinque anni per accorgersi che due sole aziende, Rai e Mediaset, monopolizzavano, di fatto, anche in termini di fatturato pubblicitario, più del 90% del mercato. E non è nemmeno detto che questa Authority, accertata finalmente questa posizione dominante, abbia ora la forza per tirare le orecchie a qualcuno.

            4. Non si sa come e se lo Stato intenda cambiare quella politica di "assistenzialismo" a fondo perduto praticata, in tutti questi anni, nei confronti di certi comparti industriali – ogni posto di lavoro nello stabilimento di Melfi è costato, ad esempio, allo Stato più di un miliardo di vecchie lire – che non solo non è servita a ridare a questi comparti la perduta competitività ma i cui costi sono stati tutti scaricati sulle spalle del contribuente. E’ in questo modo che vogliamo fare dell’Italia un libero mercato?