“Commenti&Analisi” L’adesione collettiva ai fondi chiude le porte alla concorrenza (G.Galli)

26/11/2003



      Mercoledí 26 Novembre 2003

      ITALIA-POLITICA


      L’adesione collettiva ai fondi chiude le porte alla concorrenza


      di GIAMPAOLO GALLI*
      * Direttore generale Ania g.galli@ania.it

      Numerosi lettori hanno chiesto perché in un recente articolo su questo giornale io abbia definito "ambigua" la delega previdenziale, nella versione oggi all’esame del Senato, su temi decisivi come la libertà di scelta e la concorrenza e perché io ritenga tanto perniciosa la prospettiva di un sistema di previdenza complementare interamente basato su scelte collettive. La risposta alla prima domanda è molto semplice e sta nell’articolo che delega il governo a "favorire le adesioni in forma collettiva ai fondi pensione aperti…", nonché nel fatto che non venga prevista l’abolizione dell’attuale norma fiscale, in base alla quale i contributi dei lavoratori dipendenti alla previdenza complementare sono deducibili entro il limite di due volte il Tfr, ma solo se devoluti alle forme collettive. A ciò si aggiunge il fatto che nella delega non è chiaro se le polizze assicurative, uno strumento tipicamente associato a scelte individuali, siano o no parte del circuito previdenziale cui potrà essere destinato il Tfr. Con queste premesse, vi è chi prefigura un sistema interamente basato sulle scelte collettive: fondi chiusi e fondi cosiddetti aperti, ma ad adesione collettiva. Secondo questa interpretazione della delega, dopo l’approvazione della legge e dei relativi decreti, gli intermediari – banche, assicurazioni, sgr – avrebbero un breve intervallo di tempo per convincere le imprese ed i rispettivi lavoratori ad aderire, collettivamente, ai fondi aperti, anziché ai fondi chiusi promossi dai sindacati e dalle organizzazioni imprenditoriali. Al di là dei dubbi che si possono avere circa la sensatezza e le probabilità di successo di questa operazione, il punto è che, una volta effettuata la scelta collettiva, si chiuderebbero le danze del gioco concorrenziale e tutti i lavoratori sarebbero costretti a mettere le proprie disponibilità – Tfr, contributi propri e del datore di lavoro – nel fondo, chiuso o "aperto", cui aderisce l’azienda. Scelte diverse, attraverso l’adesione ad un fondo davvero aperto (ossia dal quale si può uscire) o l’acquisto di polizze, non sarebbero consentite o comporterebbero forti penalizzazioni. Ciò non solo nella fase di avvio, ma anche nel corso del tempo. Sempre secondo questa interpretazione infatti, la trasferibilità della posizione, che pure è opportunamente prevista nella delega per tutte le forme previdenziali (incluse le polizze) dopo un periodo di permanenza di tre anni, si applicherebbe solo, ancora una volta, alle scelte collettive. Si cambia fondo solo se così viene deciso, di comune accordo, dall’azienda e dalle rappresentanze dei dipendenti. I giuristi non sono in grado di dire se quella che si è qui descritta sia una interpretazione del tutto legittima della delega. Ma, se non si eliminano le ambiguità, vi è il concreto rischio che in sede di attuazione essa finisca per prevalere, perché l’interpretazione opposta, quella basata sulla libertà di scelta, sta forse nelle originarie intenzioni del governo ma non nel testo di legge. Si costruirebbe in tal caso un sistema pernicioso, in quanto basato su tanti monopoli locali, con relative rendite di posizione e costi incontrollabili. Come può esservi concorrenza e controllo dei costi se il cliente non può cambiare fornitore? È peraltro evidente che le scelte effettuate in condominio da una collettività di clienti con interessi molto diversi non possono che essere vischiose, intempestive e certamente condizionate da considerazioni estranee a quelli che sono gli interessi previdenziali dei singoli lavoratori. In queste condizioni ci si chiede quale incentivo avrebbe il fondo a fare bene o anche solo a trattare bene il cliente, fornendo le informazioni e la consulenza che sono necessarie. Se questo fosse lo scenario, si può anche capire che i sindacati chiedano forme di controllo delle parti sociali sui fondi aperti analoghe a quelle che sono previste per i fondi chiusi. Ma neanche questo risolverebbe il problema, come non lo risolve per i fondi chiusi, perché non si capisce chi controllerà i controllori. Occorrono tutte le cose di cui si discute: regole di governance, trasparenza, autorità di controllo. Le forme collettive e gli accordi fra le parti sociali possono dare un contributo prezioso, ma solo se saranno sottoposti giorno per giorno al vaglio del mercato. Potranno alla fine anche rivelarsi vincenti, se così vorranno, in regime di libertà di scelta, i clienti-risparmiatori. È anche possibile, come è stato suggerito su questo giornale, che essi risultino convenienti per la maggioranza dei lavoratori a reddito medio basso; ma questo non può certo essere un argomento per impedire a questi lavoratori di fare scelte diverse. È davvero singolare, e dispiace, che malgrado tanto discettare di liberalizzazioni come motori della crescita economica, circolino ancora impostazioni che, almeno nella finanza, dopo vent’anni di sforzi per coltivare i germogli della concorrenza, pensavamo definitivamente superate. Forse non per cattiva volontà. Nel formidabile intrico delle norme e degli interessi, a volte si finisce per perdere il filo dei ragionamenti sulle questioni di fondo.