“Commenti&Analisi” La vera sfida è costruire una nazione – di L.Caracciolo

11/04/2003
         
         
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        La vera sfida è costruire una nazione

                LUCIO CARACCIOLO

                LA CULTURA strategica americana punta tutto sulla vittoria militare. La politica seguirà. Così nelle due grandi guerre mondiali "calde", nella terza guerra mondiale "fredda", nei più o meno fortunati interventi militari, da Panama alla Somalia, dal Libano alla Bosnia, dal Kosovo all´Afghanistan. Idem oggi in Iraq. E´ un riflesso condizionato. A differenza delle grandi potenze del passato, infatti, l´America profonda tende a trascurare il controllo dello spazio. Prova a surrogarlo, quando può, con il culto della legge (rule of law), con l´ideologia degli Usa faro di libertà per tutti i popoli del mondo. Ha una geografia dello spirito più che del territorio. A differenza delle potenze imperiali classiche, impegnate a ritagliare il loro limes

                Le leadership americane non amano perdersi nella mappatura fine dello spazio, nelle analisi geopolitiche sulla grande scala (piccoli spazi). Detestano il nation building – la costruzione delle province imperiali. Sicché le loro vittorie militari tendono a trasformarsi in durature conquiste politiche quando si tratta di occupare/liberare paesi abbastanza radicati, stabili e omogenei, dalla Germania al Giappone all´Italia. Sulla formidabile spinta americana, Stati di corposa sostanza storica riescono presto ad amministrarsi da soli. E restano legati da mille fili alla superpotenza di riferimento.
                I problemi nascono con i territori instabili, con gli Stati abortiti. Qui le armi a stelle e strisce conquistano spazi che spesso si rivelano troppo complessi e costosi per i contribuenti americani. Dunque per il presidente che ne è eletto. Qualche esempio: la Somalia, abbandonata a se stessa, cioè all´anarchia permanente; il Libano, lasciato alle muscolose cure della Siria (e di Hizbullah); la Bosnia e il Kosovo, considerati un puzzle insolubile da riappaltare a noi europei; l´Afghanistan, dove Bush ha battezzato un capo del governo per farne il sindaco di Kabul. Scavati e poi trascurati dalla strapotenza militare Usa, questi buchi neri geopolitici finiscono talvolta per ospitare santuari del terrorismo transnazionale, basi di lancio dei killer di Osama e associati.
                Tutto questo non può ripetersi in Iraq. La Casa Bianca si è solennemente impegnata, contro i suoi originari princìpi e le sue più profonde convinzioni, nel famigerato nation building. Come la Gran Bretagna dopo la prima guerra mondiale, così l´America oggi si è assegnata, in tutt´altro contesto culturale e storico, il ruolo di potenza mandataria in Iraq. Duri interessi, pubblici e privati, si intrecciano a intenzioni benigne, alla convinzione di beneficare un popolo oppresso. Obiettivo: fare dell´Iraq un modello di successo, un esempio di democrazia e di libertà per il Medio Oriente, per i popoli arabi, per la comunità islamica nel mondo. La vittoria militare non basta. Serve il successo politico. Se Bush riuscirà, sarà innalzato nell´empireo dei grandi presidenti della storia americana. Ne guadagneranno non solo gli iracheni, ma tutti i popoli della regione. Se fallirà, pagheremo tutti il conto, a cominciare dagli europei che si sono opposti alla guerra e in qualche caso hanno sperato nell´umiliazione dei marines.

                La cronaca di ieri non è incoraggiante. La tensione fra curdi e turchi, conseguente alla presa di Kirkuk (che nel progetto di costituzione elaborato dai leader curdi Barzani e Talabani dovrebbe diventare la capitale del Kurdistan); l´attentato kamikaze nel cuore di Baghdad; l´assassinio a Najaf di un influente leader religioso sciita, Abdullah Majid al-Khoei; i saccheggi e i disordini nella capitale e in diverse località di un territorio vasto come la California, ma privo di polizia (non si può chiedere ai marines o ai "topi del deserto" di diventarlo), di un´amministrazione pubblica e di un´autorità centrale riconosciuta.
                E´ vero, siamo all´ora zero. Dopo il crollo del non compianto regime di Saddam e mentre la guerra continua, una fase di disordine è scontata. Scene di ordinaria anomia. Per adesso. Ma se i leader americani vorranno leggere in maggior dettaglio e profondità le strutture del territorio preso in carico, dovranno valutare tre fattori forse trascurabili nella pianificazione militare ma decisivi nella stabilizzazione geopolitica. Primo: lo Stato nazionale non esisteva già prima della caduta di Saddam, non fosse che per l´autogestione curda in una sostanziosa e ricca porzione del Nord. Per l´intellettuale iracheno Salim Matar, "noi siamo orfani di padre e di madre: non sentiamo l´appartenenza né allo Stato né alla patria". Secondo: macrofratture etnoreligiose a parte (curdi e arabi, sunniti e sciiti, cristiani e yazidi), il vero potere pertiene alle famiglie allargate. Alcuni clan sono stati vezzeggiati dal regime uscente – esso stesso espressione della tribù di Tikrit, da cui tra l´altro provengono gli ultimi fanatici combattenti di un regime defunto, i feddayn di Saddam – dopo che i precedenti tentativi di modernizzazione/nazionalizzazione per la scorciatoia laico-militare erano naufragati. Terzo: non c´è paese limitrofo che non coltivi antiche ambizioni su parti del territorio iracheno – né sarà facile installare a Bagdad un leader "nazionale" privo di retropensieri sui "diritti storici" (e petroliferi) nei confronti del Kuwait o dell´Arabistan/Khuzistan iraniano.
                Se dunque modello dev´essere, l´Iraq non potrà essere gestito con le tradizionali ricette americane "mordi e fuggi". Ci vorrà un enorme impegno culturale, economico, geopolitico per instaurarvi una forma di Stato e un regime spendibile come "democratico". Washington avrà bisogno di amici, arabi ed europei. Dei loro soldi, dei loro soldati, carabinieri compresi. Forse persino di qualche loro consiglio.