“Commenti&Analisi” La tutela del lavoro non passa dall’art.18- di M.Tiraboschi

28/04/2003




              Domenica 27 Aprile 2003
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              La tutela del lavoro non passa dall’art.18


              DI MICHELE TIRABOSCHI

              C’era da aspettarselo. Attenuata l’overdose mediatica sul conflitto iracheno riprende quota sulle pagine dei giornali e nelle piazze un’altra battaglia, quella sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Una battaglia non solo intrisa di ideologia e demagogia, come è scontato che sia, ma, quel che è più grave, di retroguardia rispetto ai veri problemi del nostro mercato del lavoro. Pochi hanno avuto il coraggio o la lucidità di denunciare che l’articolo 18 c’entra poco o nulla con il vero terreno di scontro che resta quello della riforma del mercato del lavoro. Ma tant’è. Ogni giorno ha la sua guerra di religione. Lo scontro politico-sincadale, lo sappiamo bene, necessita dei suoi feticci e dei suoi tabù. E anche il referendum del 15 giugno inizia a profilarsi minaccioso all’orizzonte. È dunque tempo di tattiche, di prese di posizione e anche di slogan per mobilitare le masse, vuoi in funzione dell’ennesima (presunta) battaglia di civiltà vuoi per convincerle ad approfittare di una domenica di mare e (si spera) di sole. Sull’estensione dell’articolo 18 alle imprese di dimensioni minori è già stato detto e scritto tutto nei mesi precedenti al conflitto iracheno. Gli interventi di questi giorni hanno aggiunto ben poco al dibattito e, almeno per chi non crede che la memoria dei lettori (e degli elettori) sia corta, ci sarebbe davvero ben poco da aggiungere nel merito dello scontro in atto. Il giudizio della Consulta di ammissibilità del quesito referendario ha inequivocabilmente dimostrato l’intrinseca debolezza delle argomentazioni massimaliste di quanti hanno sino a oggi presentato l’opposizione alle timide proposte di riforma dell’articolo 18 alla stregua di una "battaglia dei diritti". Se l’articolo 18 non fosse divenuto, per una serie di mistificazioni e strumentalizzazioni, il feticcio di uno scontro di civiltà, nessuno si sarebbe certo sognato di promuovere una campagna referendaria per l’estensione a tutte le aziende non di un "diritto" ma semmai di una "tutela", quella della reintegrazione nel posto di lavoro, incompatibile con il carattere personalistico e fiduciario dei rapporti di lavoro nell’impresa minore. Gli avvenimenti degli ultimi giorni inducono tuttavia a ritornare sulla questione che non può essere più liquidata limitandosi a osservare – nella speranza più o meno dichiarata di un fallimento per mancato quorum – che il referendum promosso da Bertinotti e dalla Fiom è un’arma impropria per un obiettivo sbagliato. Dopo l’incivile contestazione a Savino Pezzotta, durante le celebrazioni del 25 aprile, occorre avere il coraggio di uscire allo scoperto e di dire a chiare lettere no al referendum.

              Non si tratta, sia chiaro, di puntare al più volte annunciato, quanto inutile se non pericoloso, scontro finale con chi ha fatto dell’articolo 18 un tabù. Occorre invece prendere posizione al fianco di quella parte del sindacato concretamente impegnato sul fronte della modernizzazione del nostro mercato del lavoro e che, per questo motivo, non ha esitato ad affermare apertamente, e a rischio di impopolarità, che non deve vincere il fronte del sì. Generici attestati di solidarietà – e non solo quelli provenienti proprio da chi ha alimentato il clima di mistificazione sull’articolo 18, convincendo la gente comune che si sta portando a compimento una lesione del diritto a non essere ingiustamente licenziati – non servono a questo punto a nulla. A chi, come è accaduto non solo il 25 aprile ma anche nei mesi precedenti, accusa Pezzotta e la Cisl di aver tradito la causa dei lavoratori o, peggio, di essersi venduti per un piatto di lenticchie occorre replicare punto per punto, nel merito delle questioni, perché la posta in gioco è troppo importante e decisiva per il futuro del nostro Paese. Al di là dell’ipotesi di sperimentazione temporanea sull’articolo 18, prevista nel Patto per l’Italia, che cosa resterebbe infatti dei decreti attuativi della legge Biagi, in corso di definizione proprio in queste settimane, se vincesse il partito dei sì? Ben poco, credo, perché a quel punto nessuno avrebbe più il coraggio – o la forza – di portare avanti una riforma per l’estensione delle tutele ai lavoratori atipici e precari e, in generale, per il riconoscimento di precise protezioni del lavoratore sul mercato. Facile immaginare, anzi, che la vittoria del sì contribuirebbe a estendere la già consistente area del lavoro "nero" e delle collaborazioni coordinate che ha sempre fatto da contraltare, nel nostro Paese, alle tutele degli ipergarantiti: un’area che resterebbe, a quel punto, l’unica vera valvola di sfogo del sistema con tutti gli effetti distorsivi che ciò comporterebbe. E il fallimento della riforma della legge Biagi – come sa bene Pezzotta e con lui quanti si battono per la modernizzazione del mercato del lavoro – sarebbe la vera sconfitta per un movimento sindacale che vuole davvero rinnovarsi per rappresentare e tutelare tutte le forme di lavoro, quale presupposto indispensabile per la definitiva messa a punto di uno "Statuto dei lavori". Di tutti i lavori, a partire da quelli deboli, precari e marginali, come condizione per rendere più equo e trasparente il nostro mercato del lavoro.